Per le persone comuni che vivono a Milano, la settimana della moda (che si conclude proprio oggi) rappresenta uno strano periodo in cui ci si ritrova, proprio malgrado, catapultati su di un’altalena di emozioni che si susseguono, senza alcuna soluzione di continuità, dal divertimento puro, allo sbigottimento più estemporaneo (per gli strambi e variopinti personaggi che girano per la città), fino alla rabbia repressa e al nervosismo più iconoclasta, che è un aggettivo che non c’entra nulla con il proprio umore ma ci sta benissimo con la fashion week. E perdonate l’inglesismo buttato lì a cazzo, ma quando si parla della settimana della moda, l’italiano non conta più nulla e tutto diventa: brand, happening, high-heeled (le scarpe con il tacco le chiamano così, si), influencer, etcetera etccetera etcetera che in questa settimana si dice “eisedera”. Per quasi quindici giorni (considerando la settimana che la precede), la città viene invasa da questi meravigliosi esemplari di esseri umani (uomini o donne che siano), bellissimi, altissimi, particolarissimi ma soprattutto altissimi e tu piccolo uomo medio di un metro e settantasette, stai lì con il collo piegato verso l’alto e la bocca spalancata a fissarli con uno sguardo da ebete, fin quando non vieni distratto dal tipo che in metropolitana sale sul vagone con i bermuda neri, il pellicciotto fucsia, le pantofole di pelo e una maglietta consunta ad arte con il “logo” dei Ramones e avresti tanta, tanta voglia di andar lì e, dopo avergli urlato “ma come cazzo ti sei vestito???” strappargli quella dannata t-shirt di dosso e restituire un po' di dignità ad una delle più grandi, indimenticate band punkrock che durante i loro concerti sputavano sulle bandiere e ogni accordo suonato era una coltellata contro il sistema; adesso invece son diventati un “logo”, un brand sui corpi ambulanti della faschion week.

Negli anni sono stato spesso chiamato per partecipare a qualcuno dei numerosi eventi che popolano la città nella “B.W.” (Bi uei, Big Week), nelle vesti di attore o intrattenitore, ma per un motivo o per l’altro ho sempre rifiutato, un po' per un atteggiamento decisamente snob e radical chic di chi non vuole avere nulla a che fare con questo enorme circo ambulante, un po' perché Milano diventa insopportabile per via del traffico che definire intenso è davvero poco, e un po' perché a me la Novelle Cousine mi sta profondamente sui coglioni e in questi party (mai sia chiamarli feste), si mangia con le mani delle piccolissime cosine poggiate su piatti enormi e io quando ho fame mi innervosisco e poi va a finire che divento come Renato Pozzetto al party altoborghese in “La casa stregata”, quindi per evitare tutto ciò sono sempre restato a casa. Quest’anno però sono stato invitato ad un evento serale per presentare il mio libro e ho deciso, nonostante tutto, di accettare, sia perché l’invito proveniva da una persona che stimo moltissimo, sia perché ci si aspettava una larga affluenza e difatti così è stato. Appena arrivato sono stato invitato a cena e come volevasi dimostrare, una volta seduto a tavola, mi è stato portato un piatto grandissimo, bellissimo, bianco e praticamente vuoto con al centro una cosa molto, molto piccola, un fiorellino e delle gocce rosse sparse qua e là, e mi sono innervosito tantissimo. Cosicché decido di alzarmi e rifiutare qualsiasi altra forma cibo, non prima di aver però spiegato il motivo ai miei commensali: “Scusatemi ma forse è meglio se non mangio altre mousse, perché ho appena preso due Dissentèn (con l’accento sulla e finale, ci tengo a precisarlo) e non vorrei cagarmi addosso durante la presentazione… buon appetito.” Gelo e silenzio. Non ride, né sorride nessuno, che tutto sommato mi sembra ovvio, ma dentro di me ero felicissimo perché, pensavo: “Johnny Ramone sarebbe assolutamente fiero di me!”. A questo punto il mio piano era di finire il prima possibile la presentazione e recarmi al primo paninaro, dove mi sarei strafogato con immenso piacere e gusto un “porchetta con tutto”. La presentazione fila liscia fra risate e applausi, anche se in realtà credo che la maggior parte ridevano e applaudivano quando vedevano gli altri farlo, visto che almeno l’ottanta per cento di chi era seduto ad ascoltarmi, non solo non immaginava nemmeno lontanamente chi io fossi, ma soprattutto non parlava italiano e questo l’ho evinto dal fatto che, per fugare ogni dubbio sulla mia teoria, ad un certo punto, verso la conclusione, ho tirato fuori il telefono, ho fatto finta di leggere un messaggio e poi ho detto: “Oh no è morta mia madre” dopo di che ho riso fragorosamente ed applaudito e tutti dietro di me hanno fatto lo stesso. Poi mentre andavo via ho salutato con un sonoro: “Mi fate schifo” e tutti sorridevano annuendo. Quindi direi che non vi è alcun dubbio sul fatto che fossero in pochi ad aver capito qualcosa delle mille parole dette in quella mezz’ora.

Appena fuori, mi dirigo con tutte le mie forze verso il primo paninaro che vedo e a gran voce chiedo una birra e un “porchetta con tutto”. Appena sfornato con grandissima soddisfazione lo addento e socchiudendo gli occhi mi vengono alla mente tutte le immagini della mia infanzia quando mia mamma ci preparava i panini con la porchetta a ferragosto. Sono felice. Presentazione e "fascion uic" cancellate in un istante da un solo morso della mia infanzia. Mentre mangio con gusto e mi guardo intorno, osservando l’incredibile fauna colorita che mi circonda, si avvicina un simpatico ragazzo che mi chiede di farci un selfie con manina da surfista, al quale mi dedico con slancio e piacere. Al che il paninaro mi chiede: «Ma tè sei uno famoso?». «Bah, non proprio, diciamo che sono noto và» rispondo io. Ma lui mi incalza: «Grandissimo!». «Anche tu!» «E fai ridere?» «No, faccio piangere i bambini.» «Grandissimo!» e giù le risate matte. Poi gli chiedo il conto. Quindici euro, mi dice. Pausa, lunga pausa. «Scusa?» «Quindici euro.» «Non ho capito… Ma stai scherzando?» «Ah ah ah!» e giù risate matte. «Scusami, ma quindici euro in che ordine?» «Dieci e cinque. Il panino è costato un po’ di più perché hai messo tutto.» «Ma sei fuori? Una peroni da 33, cinque euro? E un panino dieci?» «Eh, lo so, ma sono i prezzi della settimana della moda. «Ma io la odio la settimana della moda, ti sembro un cazzo di stilista? Ma fammi il prezzo normale! E poi che vuol dire "i prezzi della moda"? Che la gente da fuori la freghiamo perché viene da fuori? Ma che cazzo di discorso è?» «Fratello, mi dispiace, i prezzi sono questi.» «Ok, allora facciamo così: io ti do sette euro, il giusto, che è comunque tanto. Il resto te lo fai dare da Dolce o da Gabbana, vedi tu chi preferisci.» «Ah ah ah ah!» «“Fratello”, non sto scherzando» e gli metto lì i soldi. Lui rimane in silenzio a fissarmi per un attimo, poi ribatte con fare da duro: «Oh, minchia, bello! Mi devi pagare». «Ascolta, lì c’è la finanza, se vuoi li chiamo e chiediamo perché non fai lo scontrino, perché non ci sono i prezzi esposti, perché…» «Oooooh… La finanza, figa, che paroloni! Ma offro tutto io, cazzo! Sei famoso, no? E allora mi fa piacere offrirti, dai. Ci facciamo un selfie e siamo a posto… anzi fai un bel post con la foto che mi fai anche pubblicità» «Si, così poi mi vengono a prendere e mi menano perché li ho mandati da te… No, grazie, ti pago il giusto.» «Sei un grandissimo!» Nel frattempo di fianco a me, c’è il tipo con pellicciotto fucsia, proprio lui, con i bermuda, le ciabatte col pelo e la t-shirt fintamente logora dei Romones, che mentre mangia il suo panino dice: “oh bello, io sarò anche uno stilista e amo la settimana della moda alla follia, però ti pago con il listino del signore, d’accordo?”

E così, anche oggi, abbiamo fottuto il sistema.
Johnny Ramone sarebbe fiero di me.
Hey! Ho! Let’s go!