Oggi si celebra in tutto il mondo il “Giorno della memoria”, una ricorrenza sancita nel 2005 da una risoluzione dell’Assemblea della Nazioni Unite per commemorare le vittime dell’Olocausto. Si è stabilito di celebrarla ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

A 75 anni di distanza dalla scoperta dell’orrore dei lager nazisti siamo andati a Firenze per incontrare una delle poche testimoni della Shoah ancora in vita, Kitty Braun Falaschi, italiana di origine ebrea nata a Fiume e deportata nel 1944 con la sua famiglia prima nel campo di Revensbrück, nei pressi di Berlino, e poi in quello di Bergen-Belsen, nella bassa Sassonia, lo stesso campo dove fu imprigionata anche Anna Frank.

“Sono viva per testimoniare”, così inizia il suo racconto l’84enne, ma straordinariamente lucida, Kitty Braun, che ha vissuto la tragedia dei Campi quando aveva appena 8 anni: “A Ravensbrück fummo divisi, io la mamma e Robi (il fratellino, ndr) da una parte e mio papà dall’altra. Ricordo che lì c’erano dei letti a castello ed io ero sistemata in basso e quando la signora di sopra si muoveva, mi pioveva addosso una nuvola nera di pidocchi! Lì però almeno c’erano dei letti e i servizi igienici e si mangiava, una volta al giorno. Il pasto consisteva in un brodo di rape dall’odore nauseabondo che aleggiava per tutto il campo alternato alla puzza di carne bruciata che proveniva dai forni crematori. L’odore è una delle sensazioni che mi è rimasta maggiormente impressa, con l’odore torno in un campo di concentramento”.

Kitty Braun da bambina
in foto: Kitty Braun da bambina

“Dopo alcuni mesi – prosegue il racconto Kitty Braun – fummo trasferiti in tutta fretta a Bregen-Belsen perché stavano arrivando gli Alleati, lì fummo depositati in delle baracche di legno senza né letti, né servizi igienici, non ricordo neanche se ci diedero da mangiare. Mia madre era ai lavori forzati che consistevano nello spostare con la pala dei sassi da un punto all’altro, un lavoro totalmente inutile, solo per fiaccare i prigionieri. Io restavo nella baracca con mio fratello Robi e mio cugino Silvio, entrambi non ce l'hanno fatta. Ricordo a proposito di mio cugino Silvio le parole pronunciate da mia zia quando lui morì dopo una notte di sofferenza: ‘Finalmente!’. Non dimenticherò mai quel momento perché penso che per una madre commentare così la morte di un figlio sia il segno che non si può andare più oltre”.

A Bregen-Belsen, Kitty Braun non incontrò mai Anna Frank perché “non mi muovevo più, restavo per terra nella baracca e non camminavo. Un giorno infatti mi diedero un colpo in testa che mi traumatizzò e così non uscì più da lì fino all’arrivo degli Alleati”. Tra le tante sofferenze patite, due sono i ricordi più traumatici che si porta da quella terribile esperienza: il primo, quando a Ravensbrück fu messa in fila con la madre e il fratello davanti a un capannino di cemento armato, chiuso da una porta di ferro all’interno del quale c’era un grosso fuoco in cui, uno ad uno, venivano gettati i prigionieri, vivi e vestiti. “Ne usciva una puzza nauseante e delle urla tremende. Per fortuna a un certo punto suonò l’allarme che segnalava il passaggio di bombardieri alleati e tutti scapparono nei bunker sotto le baracche. Così ci salvammo dal fuoco. Non ho mai pensato si sia trattato di un caso, so perché sono sopravvissuta… per testimoniare”.

Il secondo ricordo, tra i più traumatici, fu quello legato ai capelli: “Un giorno una kapova, forse perché ero ricoperta di pidocchi, decise di tagliarmeli e iniziò dal lato destro, facendoli corti fin sopra l’orecchio. A un certo punto però suonò la sirena d’allarme e lei butto le forbici e scappò. Così sono rimasta con mezzi capelli tagliati e mezzi no fino a quando non ci hanno liberati. Per me che ero solo una bambina fu un grosso trauma.

A fine intervista Sandro Ruotolo chiede a Kitty Braun cosa la spaventa oggi e se teme che l’abisso vissuto dai deportati nei lager possa ripetersi, e lei senza esitazione risponde: “Sì, è la cosa che più mi fa paura, quando sento casi come in Germania e altrove di svastiche disegnate nei cimiteri, provo orrore. L’unico modo in cui riesco a spiegarmelo è l’ignoranza ed è per questo che non smetto di testimoniare, per raccontare a chi non l’ha vissuto cosa è stato l’inferno dei lager. Anche se mi costa moltissimo, perché raccontare la mia storia così come sto facendo oggi con voi, mi provoca un grande dolore prima, durante e dopo. E inoltre non sopporto vedere i ragazzi piangere quando mi ascoltano raccontare, proprio non ci riesco. Ed è per questo che mi sforzo di utilizzare parole per quanto possibile ‘leggere’ per raccontare cose che leggere non sono”.

La casa dove visse Lidia Rolfi, partigiana deportata a Revensbrück
in foto: La casa dove visse Lidia Rolfi, partigiana deportata a Revensbrück

Pochi giorni dopo questa intervista e a poche ore dal "Giorno della Memoria", a Mondovì, in provincia di Cuneo, è apparsa una stella di Davide con la scritta "Juden hier" (qui ci sono ebrei) sulla porta della casa dove abitava Lidia Rolfi, partigiana deportata proprio nel campo di concentramento di Ravensbrück. Un gesto indegno che ci riporta alle parole di Kitty Braun e all'importanza di ricordare e tramandare i racconti dei superstiti alla Shoah. E in cui risuona anche l'oscura profezia di Indro Montanelli che a proposito dell'istituzione di questa ricorrenza, così commentò: "Io non credo alle feste comandate. La memoria dovrebbe essere spontanea. Le feste comandate non raggiungono mai gli effetti che si propongono, anzi provocano il contrario. E questo mi preoccupa".