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Don Joe: “Quincy Jones mi disse che il rap è il nuovo jazz. Il diabete? Ha fermato la mia vita di eccessi”

L’intervista a Don Joe, dal Muretto di San Babila alla polemica sui campionamenti: Fare lo sbirro del sample è la cosa peggiore che si possa fare”. E sulla reunion con i Club Dogo: “Ci siamo tolti un peso tutti quanti”
Don Joe, 2026
Don Joe, 2026

Don Joe, nome d'arte del producer Luigi Florio, sembra voglia riunire alcuni dei più grandi protagonisti degli ultimi 40 anni del rap italiano, il prossimo 22 novembre, all'Alcatraz di Milano. Uno spettacolo che non celebra solo le origini, ma anche le nuove leve, tra cui quelle milanesi che il producer di Bresso ha lanciato. Sarà un viaggio nei ricordi, tra il Berlin Caffè e il Muretto di San Babila, senza dimenticare lo stesso Alcatraz: "Ci ho visto Jay-Z, che in quel momento si portava dietro tutta la Roc-A-Fella, da Memphis Bleek in poi. C'erano già tutti, ed è stato un concerto della madonna. Te lo immagini: io stavo ancora in periferia e Milano, in quel momento, sembrava il New Jersey". Poi la reunion con i Dogo, la partecipazione al Festival di Sanremo 2023 con Biagio Antonacci e Tananai e il futuro dell'urban nella manifestazione musicale: qui l'intervista a Don Joe.

Perché l'Alcatraz come luogo per una reunion del rap italiano?

È uno dei luoghi di culto in cui siamo cresciuti. In realtà, per il popolo urban di Milano è rimasto un posto molto importante. Sarà una sorta di mega party con tanti ospiti. Non ho ancora deciso la scaletta definitiva, ci sto lavorando piano piano per capire le varie disponibilità. La vedo un po' come un enorme mega dj set, unito a una sorta di concerto collettivo. Non so ancora nel dettaglio come sarà strutturato l'evento, ma per il momento abbiamo delle bellissime idee.

Quante ere del rap italiano abbraccerai?

Vorrei principalmente creare un ponte che parta dalle origini, dalle primissime cose che ho fatto, per arrivare fino ai giorni nostri. Tutto in ordine cronologico. Bisogna capire chi ci sarà e chi no, ma conto di avere con me anche qualcuno delle vecchie scuole, non credo ci saranno problemi. Ci saranno anche artisti più giovani, perché in fondo facciamo parte anche della loro scuola. A grandi linee abbiamo tracciato questa direzione.

Possiamo dire che con i live del 2024 con Don Joe e Jake vi siete "tolti un peso" riguardo alla tanto attesa reunion? Ti ha sollevato da questa costante pressione mediatica?

Diciamo che ci siamo tolti un peso tutti quanti, e non perché avessimo problemi tra noi, siamo sempre rimasti amici e ci siamo sempre visti. Il punto è che per il pubblico era diventata una vera e propria ossessione. L'abbiamo chiamata reunion perché serviva un termine, ma noi non ci siamo mai veramente persi. Abbiamo fatto un lavoro straordinario per preparare quelle date. Il pubblico ha capito che siamo ancora sul pezzo e in grado di spaccare. Singolarmente poi, ognuno fa le sue cose. Jake si diverte con la televisione, ed è giusto così. Quando siamo nel gruppo siamo un'entità con le sue regole, ma fuori da esso ognuno di noi ha la libertà totale di esprimersi come meglio crede. E questo è il bello.

Rifacendomi al tuo primo libro "Il tocco di Mida", pensavi a una carriera nella musica quando lavoravi all'Ikea di Carugate e come riuscivi a conciliare tutto?

Conciliare la musica con il mondo del lavoro "tradizionale" è una cosa che ho sempre fatto. Fino a dopo "Penna Capitale", parliamo del 2008-2009, ho sempre lavorato e a volte ho fatto anche due o tre lavori contemporaneamente. Non era come oggi, quando spesso i ragazzi dicono: "Non voglio lavorare, faccio subito l'artista". In Italia bisognava lavorare per forza, quindi ho vissuto questo aspetto serenamente. Riuscivo a realizzare tante cose nella musica proprio perché lavoravo e potevo permettermi un'attrezzatura grazie al mio stipendio. Mi piaceva andare a lavorare, e questo è un dettaglio fondamentale, mentre la musica restava un hobby. Lo studio lo vivevo soprattutto di sera e di notte: finivo il turno e venivo in questo studio. Quando c'è stato il salto definitivo e mi sono trovato davanti a un bivio, non l'ho vissuto come un trauma. Devo anche ringraziare chi lavorava con me in quel periodo, perché ha capito le mie esigenze. Oggi, invece, sembra quasi che o lavori o fai musica, non c'è spazio per fare entrambe le cose.

Anche negli anni successivi hai continuato a mantenere un doppio ruolo, assumendo anche una veste manageriale. Quanto ha influito questa attività da manager sulla tua capacità di osservare la scena musicale e capire come si stava trasformando il suono?

Sicuramente ha influito. Ho attraversato un periodo in cui facevo una sorta di manager, avendo fondato un'etichetta (DogoZilla Empire) nata principalmente per dare una struttura ai producer. Oggi ne vediamo tantissime, ma inizialmente sono stato uno dei primi a creare una realtà simile, esclusivamente dedicata ai produttori, per piazzare le loro produzioni nei vari dischi. Ovviamente ci sono stato dentro anche io, non ho fatto solo da collettore. Lavorare con le nuove leve è fondamentale: è il modo migliore per mantenere una certa costanza e originalità. C'è uno scambio continuo: io prendo da loro e loro prendono da me, magari assorbendo una struttura di base. Io imparo molto dai più giovani perché le cose cambiano in fretta. Il progresso tecnologico e il modo di produrre si evolvono, e a volte devi fare dei salti in avanti. All'epoca non c'era il ragazzino che mi dava una mano, e non so fino a che punto sarei arrivato da solo. Oggi hanno a disposizione i tutorial su YouTube, hanno già tutto pronto. Io invece ho dovuto costruirmi il percorso, ma voglio continuare a fare questo mestiere perché sono un appassionato. Con tutta la passione che ci metto, devo comunque mantenere solide quelle basi teoriche che appartengono al passato.

Da produttore, qual è la cosa che ti ha sorpreso di più del successo del rap?

Parlo per me: ero fermamente convinto di quello che facevo. Quando ho iniziato a produrre le mie cose, sentivo che c'era qualcosa di diverso. C'erano degli standard produttivi consolidati, e io ho voluto superarli. Ho pensato che valesse la pena rischiare su me stesso per proporre qualcosa di nuovo, che poteva piacere come no. Mi è andata molto bene, perché quando ho iniziato, prima ancora dei Club Dogo, ho trovato un terreno fertile. Facevo parte di un team che lavorava sia sul rap che sul pop, e in quel periodo ho cercato di rendere la mia produzione efficace per quello che sarebbe stato il futuro della musica.

In un momento storico in cui, per il grande pubblico, quel suono non era ancora del tutto "commestibile".

Bravissimo, non lo era ancora, quindi dovevi in qualche modo edulcorarlo. Ma, ti ripeto, devi essere appassionato, devi conoscere la musica e studiare il motivo per cui un certo tipo di produzione è stata concepita in quel modo. Questo vale anche per il passato: ci sono maestri incredibili che vale la pena studiare, ed è da loro che ho preso spunto. Non c'è stato qualcuno a insegnarmi il mestiere; mi sono ascoltato pile di album e dischi per capire come funzionava la produzione in quel preciso momento. È stata una bella fortuna, ma mi sono fatto anche un grande mazzo. È un percorso che auguro a tutti i produttori. Non bisogna pensare esclusivamente a diventare famosi per la fama in sé, poi se succede, succede.

Parlando prima dell'Alcatraz, mi è venuto in mente di chiederti dei ricordi legati a determinati luoghi storici. Il primo a cui penso è il Berlin Caffè.

Ci sono tornato l'altro giorno, dopo 11 anni. Mi ha fatto un effetto incredibile, perché è rimasto praticamente identico a prima, tranne per l'assenza dell'insegna. Hanno solo aggiunto un dehor, perché finalmente la gente può stare seduta fuori. Noi all'epoca eravamo come cavalli, in piedi con i drink in mano. Adesso è diventato un posto molto carino, e se ci capiti vedi ancora un sacco di gente che va in pellegrinaggio.

Lì è nato tutto?

Ci sono ancora le foto del passato appese. È bellissimo. Ha significato molto per noi: lì abbiamo passato tutte le nostre serate e le notti di quel periodo magico. È stato forse il primo vero punto di aggregazione per noi e per altri artisti dell'epoca. Sai, oggi succede la stessa cosa: ci sono posti in cui vai di Milano e sai di trovare determinate persone, come Nerissima Serpe e Papa V. Noi andavamo tutti lì: oltre a essere un bar, si trovava in un luogo suggestivo e centrale come le Colonne di San Lorenzo. È stato un posto fondamentale per la nostra crescita e per diffondere a macchia d'olio un certo tipo di entusiasmo. Tanti venivano lì, diventavano nostri conoscenti e si sentivano automaticamente parte della gang.

E invece  il Muretto di San Babila?

Io vengo dalla provincia, precisamente da Bresso. Mio fratello ballava la breakdance, tutto è nato da lì, compresa la passione per la musica. Nei weekend mi portava al Muretto a guardare. Non potevi ballare tu, perché c'era gente fortissima che ti distruggeva, quindi noi stavamo lì come spettatori. Lì ho iniziato a conoscere i nomi storici, come Vincenzo Da Via Anfossi, che presidiavano quel posto. Poi ho conosciuto tutti gli altri della scena, prima solo di vista, da lontano, per poi riconoscerci nel tempo. Questo è successo con tutti i protagonisti della mia old school milanese. Quella fase è stata fondamentale perché ha iniziato a dare un volto a persone che prima sentivi rappare senza sapere chi fossero. Magari usciva un pezzo e non avevi idea di chi ci fosse dietro, ma andando al Muretto potevi beccarli di persona. Ricordo di aver visto i Sangue Misto in un altro contesto a Milano; eravamo increduli, ci chiedevamo chi fossero. Poi andandoli a vedere in concerto ci siamo resi conto che erano ragazzi esattamente come noi: bravissimi, fortissimi, ma umani. Insomma, il Muretto è stato il luogo di culto da cui ho tratto grandissima ispirazione. Anche il mio recente pezzo con Annalisa nasce direttamente da quell'idea di cultura urbana riportata ai giorni nostri.

Ti ricordi il primo concerto che hai visto all'Alcatraz e il primo in cui ci hai suonato?

Per quanto riguarda l'averci suonato, è stato sicuramente uno dei primissimi concerti dei Club Dogo in cui abbiamo capito di essere diventati qualcosa d'importante. Ricordare il primo concerto che ci ho visto da spettatore è più difficile. Di certo non era un concerto hip hop, perché all'epoca mi piaceva molto il rock. Inizialmente andavo ad ascoltare band italiane, credo sia stato un concerto dei Litfiba o di gruppi simili di quel periodo. Poi ci ho visto anche artisti americani, ma molto più avanti.

Quali artisti americani ci hai visto?

Ci ho visto Jay-Z, che in quel momento si portava dietro tutta la Roc-A-Fella, da Memphis Bleek in poi. C'erano già tutti, ed è stato un concerto della madonna. Te lo immagini: io stavo ancora in periferia e Milano, in quel momento, sembrava il New Jersey.

Hai mai subito un po' di snobismo per il fatto di venire dalla provincia? Oppure l'accoglienza è stata subito positiva?

No, chi veniva dalla provincia doveva farsi un culo della Madonna. La mia famiglia viveva in un contesto popolare, non eravamo poveri, ma ci dovevamo arrangiare. Eravamo ragazzini che vivevano anche un po' di espedienti, quindi la possibilità di venire a Milano ce la siamo dovuta guadagnare sul campo. Quando ho avuto l'opportunità di comprare casa, vivere e lavorare a Milano, per me è stata la vittoria più grande. C'è chi dice "Ah, torno in provincia, si sta così bene". A me non me ne frega niente: io voglio stare a Milano, me la sono conquistata e voglio rimanere qui.

Cosa ti stimolava?

Come dicevamo per il Muretto, non potevi guardare su internet o su Instagram cosa stava succedendo. Dovevi andare lì fisicamente, conoscere le persone e fare network. Poi c'era un altro luogo di culto, un negozio di dischi che si chiamava Merak Music, ed era lì vicino. Io ho conosciuto tutto il rap italiano facendo la spola tra il Muretto e quel negozio. Lì incontravo i dj del momento che compravano i vinili e l'abbigliamento streetwear. Potevi beccare DJ Jad, DJ Enzo e tutti i grandi della scena milanese. Per me erano due luoghi sacri: ogni volta che arrivavo in città non perdevo tempo, volevo solo andare lì.

Secondo te, tra i produttori c'è più competizione oggi rispetto al passato?

Adesso è veramente tosta. Prima eravamo in quattro o cinque e ci spalleggiavamo a vicenda, mantenendo sempre un grande rispetto reciproco. Oggi la figura del produttore come vero e proprio artista principale è esplosa. Mi permetto di dire che questa evoluzione è partita in parte anche da me, essendo stato uno dei primi in Italia a sdoganare questo ruolo all'interno di un gruppo. Nei Dogo avevo una mia figura ben definita: non ero solo il beatmaker dietro le quinte, ma stavo davanti, cantavo i ritornelli e partecipavo attivamente. Oggi la competizione è sfrenata. Il paradosso è che, nonostante ci sia tantissima competizione, molti tendono a omologarsi. A volte faccio fatica a distinguerli: se in una base rap togli la firma vocale del produttore, non la riconosci, perché usano tutti gli stessi suoni, gli stessi rullanti. Una volta, il modo in cui un produttore campionava rendeva il suo suono unico e inconfondibile. Oggi la produzione ha preso una piega molto più standardizzata.

Negli anni hai allargato il suono, campionando anche la musica leggera italiana, generi che inizialmente cozzavano con lo stereotipo del rap. Credi che oggi ci sia bisogno di un'innovazione simile, di campionare qualcosa di nuovo, proprio per uscire da questa uniformità?

Hai centrato il punto. Io porto avanti da sempre la battaglia per sdoganare l'intero bagaglio della nostra cultura musicale all'interno delle produzioni. So che è difficile, eppure noi abbiamo campionato moltissima musica italiana: in tanti casi è andata bene, in altri i campioni non sono stati autorizzati. Pensa a un pezzo come "Lisa": oltre all'ispirazione, c'era un campione per cui abbiamo dovuto chiedere i permessi, ed è stata durissima. Dietro a un sample ci possono essere venticinquemila autori, e il rischio è di dover bloccare l'uscita di un disco in attesa delle liberatorie. All'estero ho notato che adesso c'è molta più flessibilità da questo punto di vista; campionano di tutto in modo geniale, anche Michael Jackson.

Campionamenti fin troppo evidenti per non accorgersene?

Certo, ma ormai il produttore fa un vero e proprio tributo. L'ho capito incontrando uno dei miei miti assoluti, Quincy Jones. Mi disse una cosa molto significativa: "Il rap è quello che il jazz era un tempo. Chi riesce a integrare quegli elementi nella musica di oggi, ha vinto". Per me campionare dal passato non significa "rubare", significa dare nuova vita a un brano che magari era finito nel dimenticatoio. Purtroppo molti detentori dei diritti non la vedono così, pensano solo "mi hai rubato un pezzo, ora paghi". Invece dovrebbero pensare che se uno come Sfera Ebbasta campiona un vecchio brano, quel pezzo rinasce e torna a girare ed è una bella situazione dal punto di vista editoriale.

Credi che il pubblico italiano abbia un atteggiamento simile a uno "stato di polizia" in merito alla ricerca ossessiva per sgamare la provenienza del campione?

Io faccio una vera e propria campagna militare contro questo atteggiamento. I ragazzi non si rendono conto del lavoro enorme che c'è dietro: passi ore ad ascoltare dischi su dischi per trovare il suono giusto. Spesso mi chiedono in chat, facendomi i complimenti per un beat, e io penso: "Trovatela da solo, sono impazzito per trovare quella roba!". Fare "lo sbirro del sample" è la cosa peggiore che si possa fare, perché banalizza e uccide il lavoro di ricerca del produttore. Alla gente piace andare sui siti specializzati per scoprire la provenienza di un campione, ma io tempo fa mi sono battuto per far rimuovere tutti i miei sample da quei portali. È stato difficile, ma ci sono riuscito, perché ritengo sia sbagliato. La bellezza sta nello scoprirselo da soli da dove arrivano i suoni. Godo molto di più rispetto ad andare a leggere la soluzione su un sito. Trovare la pappa pronta ti toglie tutto il fascino della ricerca.

Che rapporto hai con "Che cos'è l'amore?" di Franco Califano?

Quello di Califano è un discorso speciale. È nato dal campionamento di un'opera inedita del maestro di cui siamo fan. Più che un campionamento, è stato come lavorare direttamente con lui e con i musicisti originali. Avere tra le mani quel materiale è stato un onore immenso, un vero e proprio oro musicale. È stato anche impegnativo, perché avevo paura di toccare un capolavoro simile. Invece ne è uscita un'opera bellissima, che molti considerano uno dei loro brani preferiti. Per chiudere il cerchio, ho voluto coinvolgere due artisti romani come Ketama126 e Franco126, per rendere un tributo sincero a Roma e al Maestro. Non avrebbe avuto senso chiamare artisti milanesi. Noi siamo fan di Califano fin dai suoi primissimi album, ed è nata una hit che la gente ha apprezzato tantissimo.

Quale esperienza ti ha cambiato dal punto di vista musicale e di produzione?

Sicuramente i viaggi negli Stati Uniti. Ho iniziato ad andarci nei primissimi anni 2000, quando non era ancora così comune viaggiare in America. Andavo lì per chiudermi un mese intero in studio a lavorare. New York, in particolare, mi ha cambiato profondamente. Lì ti rendi conto che il loro approccio alla musica, dal mixaggio al mastering, è completamente diverso dal nostro: tutto quello che avevi sentito e imparato prima sembra non valere più niente. Hanno un modo di lavorare in team e di muoversi all'interno dell'industria discografica che sembra una vera e propria community, un network in cui tutti collaborano. Una cosa che, purtroppo, in Italia manca. Ricordo le prime volte in cui portavo le mie sessioni a mixare: mi guardavano stupiti e mi dicevano: "Ma avete messo dentro tutta questa roba? I brani sono fin troppo prodotti!".

Cosa hai imparato?

Ho imparato l'arte di levare, piuttosto che aggiungere. Un altro incontro fondamentale è stato quello con Chris Athens, un grandissimo del mastering che purtroppo è venuto a mancare di recente. Eravamo diventati ottimi amici e mi ha dato dritte fondamentali su come far suonare i pezzi al meglio. Los Angeles è un posto fantastico per chiudersi in studio a produrre, ma a livello umano è dispersiva: devi fare 30 chilometri in macchina per andare a una festa. A New York uscivi a piedi dallo studio e venivi travolto dalla vita, dai party e dall'energia della strada. Per me New York è casa.

Dagli Stati Uniti all'Italia: nel 2023 c'è stata l'esperienza al Festival di Sanremo. Com'è stato?

Sì, c'erano Biagio Antonacci e Tananai, che sono ottimi amici. È nata come una goliardata, ci siamo detti: "Andiamo a farci due risate e a divertirci". Avendo ripreso in mano la produzione di Biagio per "Sognami", mi sono sentito onorato perché lui voleva dare un tocco più urban ai suoi successi storici, e credo che ci siamo riusciti alla grande. Tananai è stato bravissimo. Ci siamo divertiti tantissimo sul palco, senza prenderci troppo sul serio.

Eppure il mondo di Sanremo sembra ancora lontano e distante rispetto alle logiche della scena rap o urban, non credi?

Questo accade perché siamo rimasti legati all'idea del Sanremo dei nostri genitori e dei nostri nonni. A livello televisivo, la Rai ha svecchiato il format, anche se a volte la regia lo fa sembrare un po' pacchiano, quasi da format bulgaro. Ma il cambio di passo c'è stato grazie alle ultime direzioni artistiche. Amadeus ha fatto un lavoro straordinario perché è un conoscitore di musica, non ho dubbi che Stefano De Martino farà lo stesso. Sanremo rimane la vetrina più importante per la musica italiana, e per me la vera sfida sarebbe scardinarlo del tutto portandoci l'urban in modo massiccio. Noi siamo ormai la "vecchia guardia", ma le nuove leve hanno il potenziale per conquistare quel palco. Quando vedo la regia fare determinate scelte, a volte mi viene quasi da vomitare e vorrei dire: "Calma!". Però musicalmente è un ciclo che si sta evolvendo.

Pensi che una visione puramente urban potrebbe imporsi su quel palco?

Ce l'abbiamo già. Oggi tantissimi artisti urban arrivano a Sanremo. Pensa a Lazza o a Geolier nel 2024: per me è lui il vero vincitore. Ha fatto cose eccezionali nel rap e poi ha saputo portarle brillantemente anche sul palco dell'Ariston.

Un pezzo puramente rap fa più fatica a imporsi rispetto alla classica canzone pop sanremese.

Dipende sempre da come contestualizzi il pezzo. Se un artista come Marracash andasse con un brano super conscious, o se Gué portasse un pezzo molto aperto e melodico, funzionerebbe benissimo.

Nella serata Cover, il pubblico non è sembrato apprezzare molto.

Esatto. Ma dobbiamo ricordare che hanno cambiato la natura del Festival. Finalmente hanno iniziato a portare la musica che ascoltano realmente i giovani, e non quella fatta su misura per il pubblico seduto in platea all'Ariston. Ed è lì il nodo cruciale.

Quindi bisognerebbe cambiare proprio la platea?

Assolutamente sì, bisogna svecchiarla e fare un salto in avanti di almeno quarant'anni. Con tutto il rispetto per gli ottantenni, ma la musica di oggi non può essere giudicata in quel modo. Ci sono tante bellissime alternative a teatro, ma la musica contemporanea non può essere valutata da chi è rimasto legato all'epoca di Gigliola Cinquetti o di Orietta Berti. Era bellissimo quando quelle canzoni avevano successo, quando loro avevano 20 anni, adesso c'è bisogno di altro.

In che modo la scoperta del diabete ha influito, soprattutto nei primi anni, sul tuo lavoro?

È una patologia che inizialmente ti invalida, soprattutto dal punto di vista psicologico, perché è qualcosa che "non si vede" da fuori. Io mi sono ritrovato a dover far fronte a questa malattia proprio mentre ero nel pieno di un tour. È arrivata in maniera anomala: avevo più di trent'anni, mentre il diabete di tipo 1 solitamente colpisce i bambini. Quando mi sono sentito male ero in giro per l'Italia, e lì per forza di cose ho dovuto fermarmi e dire "alt, adesso devo curarmi e rimettere in sesto la macchina", perché ammetto che l'avevo un po' usurata anch'io. Ma ho affrontato la cosa in modo molto pragmatico: sono andato in ospedale, ho imparato a fare l'insulina, ho rassicurato i miei genitori che erano terrorizzati, e ho continuato la mia vita. Il diabete non mi ha cambiato la vita in peggio; faccio cose normalissime come tutti, semplicemente evito gli estremi.

Però la FastLife di un tempo ne ha risentito?

Sì, quella l'ho dovuta abbandonare. Se per fast life intendiamo gli eccessi veri e propri. Ma se ti sei "scassato" tanto a vent'anni, non puoi continuare ad ammazzarti a quarant'anni, saresti stupido. La malattia mi ha imposto di fermarmi e regolarmi. Le serate le faccio ancora e mi diverto, ma non è più come prima. Ho deciso che la malattia non mi avrebbe invalidato: volevo continuare a fare il produttore, suonare e fare i tour. Una fantastica diabetologa mi ha insegnato a gestire la patologia senza drastici blocchi totali, abituandomi a un cambiamento graduale. Ognuno di noi ha un fisico diverso e reagisce in maniera differente; bisogna imparare a conoscersi. Oggi convivo con questa condizione da quasi sedici anni ed è la normalità.

Cosa ti stimola in questo momento?

In questo periodo sto cercando di riprendere in mano i viaggi di piacere. Voglio visitare posti in cui non sono mai stato. Sembra assurdo, ma sono andato cento volte in America e non ho mai visto Londra! Voglio recuperare le capitali europee. E poi c'è il mio legame fortissimo con Santo Domingo: ci vado da 15 anni e ho comprato casa lì. Ho una comunità di amici e la vivo quasi come se fosse Milano. Mi piace tantissimo la qualità della vita caraibica: è come tornare indietro di venti o trent'anni. Oggi viviamo tutti correndo, ma non credo che stressarsi pensando a cosa faremo tra 15 anni sia positivo. Voglio godermi la vita e le cose che mi fanno stare bene senza ansie. I dominicani, tra l'altro, caratterialmente sono molto simili a noi, ricordano molto gli italiani del Sud. Ho quasi cinquant'anni, non ne ho più venti. A questa età è anche giusto rallentare e fermarsi un attimo.

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