Veduta del golfo di Napoli.
in foto: Veduta del golfo di Napoli.

Il linguaggio ha la capacità di racchiudere nelle parole secoli e secoli di storia: gli arabi, insieme alle importanti innovazioni matematiche e astronomiche, hanno lasciato nella nostra lingua numerose testimonianze del loro passaggio. L’Italia tutta è stata, per molti secoli, legata ai ricchi mercanti arabi o agli altrettanto numerosi scienziati, filosofi e artisti che hanno attraversato le nostre storiche università. È noto come l’algebra e lo zero siano un regalo dei dotti matematici arabi, così come gran parte delle conoscenze astronomiche in nostro possesso: meno noto è l’influsso di questa lingua nei dialetti di svariate regioni d’Italia. Come nel caso del napoletano, che conserva ancora oggi espressioni e modi di dire acquisiti dalla lingua araba.

Paposcie e tauto: dall'arabo al napoletano

Molti giunti direttamente per bocca dei ricchi mercanti che commerciavano spezie e stoffe nell’antico porto della città, altri filtrati attraverso le dominazioni spagnole e francesi dei secoli a venire, i termini del dialetto napoletano che vengono riconosciuti come diretti discendenti degli antenati orientali sono molti: la lingua riflette la mescolanza di parlate che doveva risuonare per le strade antiche della città. Fu così che i napoletani iniziarono ad utilizzare il “càntaro” come unità di misura, derivata dall’arabo “quintâr”, da non confondere però con il “kàntharos” di origine greca che indica un grosso vaso.

Grazie agli arabi il popolo partenopeo conobbe inoltre la paposcia, oggi utilizzata per indicare qualsiasi tipo di pantofola ma all’epoca riferita alle stravaganti “babusc” orientali, e il mesale, la tovaglia da tavola che gli arabi chiamavano “misar”. In epoca antica inoltre la città partenopea era ricca di “funnechi”, ovvero di vicoli bui, molto spesso sporchi e sovraffollati: ebbene, il termine che oggi è presente anche nell’italiano, è di diretta derivazione araba, utilizzato per definire gli alloggi dei mercanti.

Anche il colorito e quanto mai versatile termine “guallera” deriva dall’arabo: l’antica denominazione dell’ernia, oggi utilizzata anche per designare noia e fastidio, discende infatti dall’arabo rigonfiamento chiamato “hadara”. Arabi, ma giunti a Napoli attraverso lo spagnolo e il francese, sono anche la carcioffola che in arabo veniva chiamata “harsuf”, e il tanto temuto “tauto”, il corrispettivo partenopeo della bara araba chiamata “tabut”.