Nient’altro che un film di genere, dominato dalla presenza di un ingombrante attore protagonista. Così la critica italiana bocciò “L’Ultimo uomo sulla terra”, con Vincent Price, diretto da Ubaldo Ragona nel ’64 e girato in larga parte in un’inedita Roma post-apocalittica.

Fa sorridere che il remake del 2007, “Io sono leggenda”, con l’action-hero Will Smith, sia stato ugualmente bollato come film superfluo se messo in relazione al riscoperto capolavoro d’origine, “che era tutta un’altra cosa”. Una storia come tante della storia del cinema, uno di quei corsi e ricorsi storici di cui è impregnata la fabbrica dei sogni. Una storia che ruota intorno ad uno degli scrittori e sceneggiatori la cui opera non soltanto ha ispirato tantissimi film, ma ha contribuito all’edificazione stessa di uno dei generi che più caratterizzano Hollywood nell’immaginario collettivo, e cioè la fantascienza, nelle sue venature horror.

Richard Matheson è scomparso a 87 anni, l’industria cinematografica gli deve così tante ispirazioni per cui non c’è dubbio che continuerà ad attingere ai suoi romanzi o ai film scritti in passato ben oltre la sua morte. Matheson, che già da bambino pubblicava poesie nella sua Brooklyn, conosce la consacrazione letteraria nel 1954 proprio con “L’ultimo uomo sulla terra”, adattato non soltanto nei due film con Price e Smith, ma anche nel ’71 con il titolo “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra”, diretto da Boris Sagal. Il titolo originale era “The Omega Man”, che sintetizza molta della poetica mathesoniana: esseri umani, individui straordinari, che si ergono su scenari di desolazione assoluta per combattere la furia della Terra, contaminata fino alla distruzione, uomini-paesaggio la cui solitudine è l’unica arma per la sopravvivenza.

Secondo dopoguerra, l’incubo nucleare, l’equilibrio terrificante della Guerra Fredda: la Storia più vicina alla fine del mondo

ispirò ad alcuni l’invenzione reattiva dei grandi supereroi, ad altri, come Matheson, una sensazione di pericolosa ed imminente devastazione, in cui l’Uomo è inevitabilmente proiettato verso altre dimensioni. Pensiamo al primo film, “Radiazioni BX: distruzione uomo” del ’57, tratto dal racconto “Tre millimetri al giorno”: il plot, che potrebbe solleticare la fantasia di un produttore ancora oggi, tratta di un uomo colpito da radiazioni, condannato a rimpicciolirsi ogni giorno di tre millimetri, finché non si dissolve nell’Universo ed incontra, come sentiamo nel meraviglioso monologo finale, la volontà divina per la quale “non esiste lo zero”.

Dopo aver collaborato con Roger Corman alla stesura de “I vivi e i morti”, è avvicinato da un’altra leggenda hollywoodiana, Alfred Hitchcock, per scrivere insieme “Gli uccelli”, ma il maestro del brivido rifiuta la sua idea visiva di non mostrare mai i terrificanti volatili e passa il testimone ad Evan Hunter. Nel 1973 un altro di quegli incontri a cui si deve l’affermarsi della cosiddetta new new-Hollywood: il primo film di Steven Spielberg, “Duel”, è tratto da un suo racconto. Stavolta il nemico è più attuale, né vampiri né radiazioni, bensì l’autista senza volto di un’autocisterna, che perseguita il protagonista in un crescendo di angoscia, nella sua essenzialità insuperabile ancora oggi.

Le sceneggiature di Matheson per la tv sono innumerevoli, tra le più celebri, i 15 episodi del telefilm di culto “Ai confini della realtà” (“The Twilight Zone”) e “Star Trek”. L’autore ha anche adattato per lo schermo un altro grande romanzo di culto, stavolta non suo, “Cronache marziane” di Ray Bradbury, nel 1980, autore al quale viene spesso accostato per importanza e poetica, insieme all’altro grande pilastro del genere fantascientifico, Isaac Asimov. Il cinema ha continuato ad attingere alla sua fantasia letteraria fino a titoli recentissimi, tra cui ricordiamo l’onirico-barocco “Al di là dei sogni” con Robin Williams del ’98, l’anno successivo è la volta di Kevin Bacon ad interpretare “Echi Mortali”, dal racconto “Io sono Helen Driscoll” scritto ben 40 anni prima. Anche Cameron Diaz si veste di giallo in “The box”, del 2009, fino a giungere al vero e proprio action-movie da overdose di popcorn, “Real Steel”, con Hugh Jackman a fronteggiare spaventosi robot creati nel ’56.

Una carriera che ha strutturato un intero genere, la fantascienza, nel suo aspetto più umano, in cui si sovrappongono 

paesaggio e coscienza, allucinata dalle responsabilità umane che hanno fatto della Terra uno scenario di pericolo nella fantasia, così terribilmente prossimo alla realtà della storia.