Benedetto Croce diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.” Ecco, questo per me era De André, una voce sempre in direzione ostinata e contraria, dissacrante e incredibilmente autoironica. Ed è per questo che forse, in definitiva, ho sempre un certo pudore nel definirmi autore e anarchico e preferisco fami chiamare comico e libertario, perché, come ebbe a dire Faber, “Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.” 

Signora Libertà Signorina Anarchia

Fabrizio De André, o Faber per gli amici (soprannome che gli dette l'amico Paolo Villaggio, con riferimento alla sua predilezione per i pastelli e le matite della Faber-Castell, oltre che per l'assonanza con il suo nome), nasceva il 18 febbraio del 1940 ed è stato uno dei più grandi fra i poeti e cantautori del ‘900. Secondo le parole di Dori Ghezzi, sua compagna e moglie, "Fabrizio è di tutti". Ma per me è e resterà sempre il cantore degli ultimi, il poeta degli emarginati e delle minoranze. È entrato nella mia vita tanto tempo fa: ero giovanissimo, “mi innamoravo di tutto” e mi ero perdutamente innamorato di una ragazzina bellissima, dai grandissimi occhi neri, da cerbiatto ferito che ti fan subito venir voglia di prendertene cura, anche se poi in realtà era uno spirito indomito, un cuore in tempesta e non aveva bisogno di alcuna cura da parte mia, anzi era vero il contrario. Insomma una figa della madonna. Sapevo che era una grande fan di De André e per conoscerla avevo comprato tutti i suoi dischi e imparato a memoria quelle che per me erano le frasi più belle. Così una mattina mi ero avvicinato, le avevo chiesto se anche a lei piacesse De André (ovviamente lo sapevo benissimo) e poi nel parlare, per darmi un tono ancora maggiore, le avevo detto che ero stato al concerto di Bari (vivevamo entrambi in un paese poco distante). “Davvero? dai! anch’io ero lì” ed ha incominciato a farmi domande sulla scaletta del concerto. A quel punto ero terrorizzato, non sapevo cosa rispondere, così le ho detto tutta la verità, compreso il fatto che ignorassi la discografia di Fabrizio fino a 3 giorni prima. Lei è scoppiata a ridere, di una risata così bella come poche ne avevo sentite nella mia giovane vita e mi ha detto: “Sei proprio un coglione!”. Qualche giorno dopo ci siamo "fidanzati", come dicevamo allora.

L'amore e Luigi Tenco

D’altronde anche De André quando era molto giovane, nel 1960, andava in giro affermando di essere Luigi Tenco – all’epoca già noto – per far colpo sulle signorine di cui si innamorava. Fin quando un giorno Tenco lo affrontò (come racconta Gianfranco Reverberi): “Senti un po', sei tu che vai in giro dicendo che hai scritto "Quando"? E Fabrizio: “Guarda, ero con una donna alla quale piaceva la tua canzone. Ho detto che l'ho scritta io e me la sono fatta…” Al che Luigi, scoppiando a ridere: “Beh! Se le cose stanno così…" e divennero grandi amici. Sino alla prematura scomparsa di Tenco, cui poi De André dedicherà una delle sue canzoni più belle e da me più amate “Preghiera in gennaio”, un racconto in cui immagina che “in cielo, in mezzo ai Santi, Dio,  fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo” di tutti i suicidi, quelle anime fragili, “quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte."

Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso, l'hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso. Per quelli che han vissuto, con la coscienza pura. L'inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Perché De André è sempre stato questo per me e forse per tutti: un punto di riferimento, un faro cui puntare in una notte buia. E seppur di mestiere io faccia tutt’altro, da comico e da autore mi domando sempre: cosa avrebbe detto lui? Cosa avrebbe pensato di tutto questo nulla che ci circonda? Perché, seppur in ambiti diversi, lo scopo è il medesimo: dar voce a chi voce non ne ha, come lui ha fatto per tutta la sua vita da artista. “Il fatto di diventare un artista, in qualche maniera, ti impedisce di diventare uomo in maniera normale. Quindi credo che ad un certo punto della tua vita tu devi recuperare il tempo che hai perduto per fare l'artista per cercare di diventare un uomo.

Ogni suo testo, ogni sua canzone, ogni suo album è stato il racconto di una minoranza abbandonata, di una qualche forma di “diverso” che lui rivendicava uguale e vicino a tutte e tutti noi:

Il popolo Rom è un popolo, secondo me, che meriterebbe – per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi – meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo. Mi si dirà che gli zingari rubano; è vero, hanno rubato anche in casa mia… però io non ho mai sentito dire – non l’ho mai visto scritto da nessuna parte – che gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto

In molti concerti eseguiva Andrea a luci accese, a simboleggiare come l'omosessualità non debba mai essere motivo di vergogna. Nel 1979, all’indomani della sua liberazione dopo 4 mesi di sequestro in Sardegna, ha parole di pietà per i suoi carcerieri “Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai.” Non si costituisce nemmeno parte civile contro gli autori materiali del sequestro, ma soltanto, in primo grado, contro i soli capi della banda, perché "persone economicamente agiate". E nel 1991 è anche tra i firmatari della domanda di grazie rivolta al Presidente della Repubblica, nei confronti di uno dei sequestratori, un pastore sardo condannato a 25 anni di prigione.

De André e Salvini

Era davvero, animatamente e profondamente dalla parte degli ultimi ed è per questo che suonano quantomeno singolari, se non fuori luogo, le dichiarazioni di alcuni politici della scena contemporanea (leggi Matteo Salvini) che si confessano grandi fan ed estimatori di Faber e della sua poetica, pur promuovendo di continuo – attraverso i social sui quali la fanno da padroni – odio, rabbia cieca, disumanità e assoluto disinteresse e sprezzo della vita umana e nei confronti di quegli ultimi a cui Fabrizio regalava voce: rom, migranti, profughi, omosessuali, transessuali, barboni, ladri, puttane e derelitti. Tutti assolutamente diversi ma accomunati dallo sprezzo comune dei benpensanti.

Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l'elemosina di un voto. Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti? Ho paura della morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo. Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.” 

E così ogni volta che cerco una risposta, un po' in lui la trovo, un uomo che nonostante tutto è sempre andato in direzione ostinata e contraria, un uomo che non ha mai amato gli idoli e non voleva che di lui se ne facesse uno, un uomo che mi ha insegnato ad usare la voce nel modo migliore, quel modo che mi permette, nonostante tutto, di dormire sonni tranquilli e poter guardare serenamente negli occhi mio figlio e mia figlia e dir loro che il papà ha cercato di fare tutto quel che ha potuto. La bellissima ragazzina dagli occhi come la notte più profonda mi ha lasciato dopo pochi mesi dicendomi (cito testualmente): “sai che in questa due settimane che sono stata in vacanza con i miei sono stata proprio bene? e sai perché? (io ovviamente resto muto) Perché non c’eri tu…” Aveva proprio ragione Faber quando diceva che “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”. Certo il suo ricordo è uno dei più belli che conservo e quel dolore mi ha reso poi quel che sono… però effettivamente era stata un po' una merda, ma se non l’avessi incontrata forse non avrei mai conosciuto Fabrizio.

“Tutte le sere quando finisco un concerto desidererei rivolgermi alla gente e dire loro: tutto quello che avete ascoltato fino adesso è assolutamente falso, così come sono assolutamente veri gli ideali e i sentimenti che mi hanno portato a scrivere queste cose e a cantarle. Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c'è bisogno di gesti concreti, reali…” e quei gesti soltanto noi possiamo farli, ogni maledetto giorno.