“Da bambina non c'era niente di diverso in me. L’ho scoperto solo a 15 anni, quando è iniziata la pubertà. Mia madre iniziò a preoccuparsi perché non avevo il ciclo mestruale e non avevo sviluppato il seno, così iniziarono le visite dal medico. I dottori ci hanno detto che avevo cromosomi tipicamente maschili ed ero senza ovaie. I miei genitori mi hanno portata a fare degli esami per sapere la verità. Dopo ulteriori analisi di laboratorio, la diagnosi è stata che soffrivo la sindrome di Swyer”.

“Ho scoperto solo la mia situazione due anni fa e sto ancora lottando per accettarlo. Ho completamente dimenticato i miei primi 11 anni e sto cercando di capire cosa mi è successo. So che ho avuto un intervento chirurgico per rimuovere i testicoli quando avevo cinque anni, così come altre operazioni genitali. Pensavo di essere una specie di mostro. Sono stato infelice per 34 anni. Questo tipo di chirurgia è ancora praticata e i medici non forniscono sufficienti informazioni ai genitori. Invece di dire che tuo figlio è normale e crescerà in modo sano, affermano che qualcosa non va e che può essere risolto con un intervento chirurgico”.

Quante volte sarà capitato ai genitori di un bambino appena nato di sentirsi chiedere ‘È maschio o femmina?‘ Una domanda fondata sul presupposto dell’esistenza di soli due generi con caratteristiche biologiche e genetiche ben definite. Ma non sempre è così: secondo gli esperti, circa 30 milioni di bambini nel mondo (tra lo 0,05% e il 1,7% della popolazione) nascono con tratti intersessuati, cioè, con un'anatomia riproduttiva o sessuale che non rientra nelle definizioni tipiche di maschio o femmina. Sono gli Intersex, un termine generale per indicare le persone venute al mondo con caratteristiche sessuali particolari, in cui non è possibile dare un’attribuzione di genere univoca. Bambine nate con un clitoride molto grande, senza apertura vaginale oppure bambini con un pene molto piccolo e con organi riproduttivi femminili. Altri, ancora, con un corredo genetico in cui sono presenti cellule con cromosomi sia maschili sia femminili.

Da un punto di vista medico, l’intersessualità è considerata una patologia, la Dsd (acronimo di Disordine della Differenziazione Sessuale) anche se, come sostengono diverse associazioni di intersex, non stiamo affatto parlando di una malattia. “Nonostante queste variazioni generalmente non minaccino la salute fisica (solo in certe circostanze ci sono correlati problemi di salute) – affermano gli autori del progetto Intersex Esiste – spesso le persone con queste variazioni biologiche subiscono o hanno subito una pesante medicalizzazione per via delle implicazioni della loro condizione rispetto al genere sociale”. In alcuni casi non si tratta solo di trattamenti medici, ma, molti dei nati con caratteristiche sessuali o riproduttive intersex sono sottoposti a interventi chirurgici, nel tentativo di "normalizzarli". Senza che ci sia sempre una reale necessità medica, queste operazioni invasive e irreversibili possono lasciare un trauma profondo. Una vera e propria mutilazione genitale che costituisce una grave violazione dei diritti umani, come afferma in un rapporto Amnesty international.

Stigma sociale, silenzio e vergogna

Negli anni '90, gli adulti intersessuali iniziarono a farsi avanti per denunciare come il trattamento medico ricevuto durante l'infanzia fosse stato dannoso. Sterilità, dolori, cicatrici, incontinenza, perdita di sensibilità genitale e depressione le conseguenze di anni di medicalizzazione e interventi chirurgici. Molti hanno anche sottolineato che la segretezza sulle loro condizioni ha portato a sentimenti di vergogna ed esclusione sociale. Negli ultimi anni, però, sono sempre di più le persone che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro esperienza e rompere il silenzio che ancora circonda l’intersessualità. Come la famosa modella belga Hanne Gaby Odiele che ha deciso di rivendicare la sua condizione di intersex. “È molto importante per me in questo momento rompere il tabù”, ha detto in un’intervista al quotidiano americano Usa Today. La top model ha fatto della sua storia anche una battaglia personale contro le operazioni chirurgiche cui vengono sottoposti i bambini intersessuali senza il loro consenso.

Gli interventi chirurgici sugli Intersex in Italia

Uno degli ultimi casi in Italia di interventi chirurgici su bambini intersessuali riguarda un piccolo di due anni, operato nel 2016 a Palermo.  Il bimbo, a causa di un difetto nel gene deputato alla differenziazione sessuale, è nato con il corredo cromosomico maschile ma con gli organi genitali femminili. E' stato sottoposto a due complessi interventi, il primo per la ricostruzione dell'apparato genitale maschile e il secondo per l'asportazione dell'abbozzo uterino e della vagina. “Non abbiamo fatto alcun cambio di sesso perché il sesso lo determina la natura – ha precisato Marcello Cimador, il responsabile dell'ambulatorio di chirurgia e urologia pediatrica del policlinico palermitano – abbiamo soltanto dato la possibilità a questo bambino di risolvere una discordanza nelle sue caratteristiche sessuali”.

 

Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha ammonito l’Italia nel 2016 per le pratiche di mutilazioni genitali intersex, denunciate come una violazione della “Protezione dell’integrità della persona”. Nel documento viene chiesto al nostro Paese di “garantire l’integrità fisica, l’autonomia e l’autodeterminazione ai bambini interessati“. Il Comitato sottolineava, inoltre, che le famiglie di bambini intersex dovevano ricevere un’adeguata consulenza e supporto. Nel 2013, il senatore Sergio Lo Giudice, del Partito democratico, aveva presentato una proposta di legge che, tra le altre cose, chiariva il principio dell’autodeterminazione e vietava gli interventi sui bambini intersessuali “tranne che vi siano pericolo di vita o esigenze attuali di salute fisica che escludano la possibilità di rinviare l’intervento”. Una legge, però, mai approvata e rimasta nei cassetti del Parlamento tutti questi anni.

L’intersessualità: un argomento ancora tabù

Prima ancora della discriminazione, della violazione dei diritti, della medicalizzazione forzata – sostengono gli attivisti che si battono per i diritti delle persone intersex – il problema maggiore è l’ignoranza che ancora circonda l’argomento. “In Italia, l’intersessualità è ancora molto ʽinvisibilizzata’”, ha affermato in un’intervista Michela, una ricercatrice che si occupa da anni di un progetto sulla medicalizzazione delle persone con tratti intersex. “Sebbene il livello d'intervento sui corpi sia diminuito nel corso dell'ultimo ventennio grazie all'attivismo internazionale […] sappiamo che ancora oggi ci sono specialisti che fanno pressioni sui genitori per intervenire chirurgicamente sui figli prima della pubertà”.

“Queste cosiddette procedure ʽnormalizzanti’ vengono eseguite senza la piena conoscenza degli effetti a lungo termine potenzialmente dannosi che stanno avendo sui bambini", sostiene Laura Carter, ricercatrice sull'orientamento sessuale e l'identità di genere. “Stiamo parlando di incisioni fatte su tessuti sensibili, con conseguenze per tutta la vita – continua Carter – tutto a causa di stereotipi su come dovrebbe apparire un ragazzo o una ragazza. La domanda è di chi è il vantaggio, perché la nostra ricerca dimostra che è stata un'esperienza incredibilmente straziante per le persone che l'hanno subita”. La pensa così anche Michela che precisa: “La richiesta che da ormai vent'anni fanno le organizzazioni di persone intersex è che gli interventi di chirurgia estetica femminilizzante o maschilizzante vengano interrotti. Mi domando quanti soggetti ancora debbano subire interventi invasivi, irreversibili e non necessari, per lo più dannosi per la salute fisica e mentale, prima che la classe medica italiana tutta ascolti queste voci e recepisca le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”. Perché, come dicono quegli attivisti che sempre più trovano il coraggio di venire allo scoperto con la loro identità, “No body is shameful, nessun corpo è indegno”.