Un gruppo di "scugnizzi" sul lungomare Caracciolo.
in foto: Un gruppo di "scugnizzi" sul lungomare Caracciolo.

Berretto di traverso, faccia impertinente e, molto spesso, un mozzicone di sigaretta fra le labbra: è questa l’immagine più conosciuta, fatta di vecchie cartoline d’epoca e foto in bianco e nero, dell’autentico scugnizzo napoletano. Moltissimi artisti come Giovanni De Martino ne hanno fatto oggetto di riflessione estetica, e molti registi li hanno trasformati nei tragici protagonisti di alcuni film passati alla storia: ma chi sono davvero gli “scugnizzi”?

Ancora oggi, camminando nei quartieri più vecchi e meno turistici della città, ci si imbatte facilmente in chiassosi gruppi di ragazzini magari intenti a giocare a pallone che chiameremmo, con molta facilità, “scugnizzi”. Ma questa parola ha origini ben più complesse di un semplice richiamo all’infanzia spensierata: si tratta di termine con una storia molto particolare, che affonda le radici nella miseria della Napoli postunitaria e cresce nei vicoli della città antica, quella che resta ancora oggi sempre e profondamente popolare.

Lo scugnizzo e il gioco dello strummolo

Oggi questa parola è rimasta nella lingua napoletana come simbolo di un passato nemmeno troppo lontano, e designa facilmente qualsiasi ragazzino dai modi un po’ irriverenti e scanzonati: l’accezione criminale imposta dagli antropologi è scomparsa, così come sono quasi del tutto scomparse alcune abitudini che caratterizzavano ancora gli scugnizzi di cinquant'anni fa. Come quella di giocare allo “strummolo”, una trottola di legno che veniva lanciata allo scopo di buttare fuori dal campo di gioco quella dell’avversario. Il vincitore aveva diritto a “scugnare”, ovvero rompere la trottola del perdente.

 Lo scugnizzo e la vita di strada

Alcuni scugnizzi impegnati nel gioco della morra.
in foto: Alcuni scugnizzi impegnati nel gioco della morra.

L’origine della parola è ancora argomento discusso fra gli studiosi. Alcuni hanno fatto risalire l’origine del termine addirittura al verbo tardo latino “excuneare”, ovvero il “rompere con forza” proprio anche del gioco dello strummolo, ma questa ipotesi è stata gradualmente abbandonata in favore di quella più plausibile di un neologismo nato come gergalismo proprio degli stessi scugnizzi: il giornalista e poeta napoletano Ferdinando Russo afferma di aver ascoltato per la prima volta questa parola proprio dalla voce “di quei monelli di strada”.

Proprio Russo, nel descrivere la vita ai margini della legalità della popolazione della città, dedicherà agli scugnizzi una raccolta di sonetti pubblicata nel 1897: è questa, di certo, la prima attestazione letteraria del termine, ma è altrettanto certo che già da qualche anno il termine circolasse negli ambienti intellettuali che iniziano ad occuparsi della questione meridionale. La parola compare addirittura in un saggio del criminologo Cesare Lombroso che, nell'analizzare il gergo dei camorristi, cita il termine “scugniz” con il significato di “giovinetto ladro”.

Raffaele Viviani, l’ultimo scugnizzo

Il volto più famoso dello scugnizzo napoletano è senz'altro quello di Raffaele Viviani che, proprio grazie a questo personaggio portato sul palcoscenico nel 1932 e al cinema nel 1938 con “L’ultimo scugnizzo”, conquisterà la fama. Un personaggio per molti versi tragico, anche nella sua gioiosa derisione nei confronti del mondo che lo circonda: ‘Ntonio Esposito desidera davvero cambiare vita, superando il suo passato di stenti e di criminalità per poter offrire al figlio che sta per nascere un futuro sereno e felice. Quando però il piccolo muore, ‘Ntonio abbandona qualsiasi volontà di redenzione, restando tragicamente confinato nel suo ruolo di emarginato senza speranze.