La vicenda riguardante la Casa delle Donne di Roma e il rischio di sfratto da parte dell’amministrazione capitolina è solo uno dei tanti casi di problemi finanziari dei centri antiviolenza che si adoperano per salvaguardare e aiutare le donne vittime di violenza. La mancanza di risorse dei centri come quello di Roma non sono di certo un’eccezione, ma piuttosto la regola che sembra riguardare tutto il paese: da Nord a Sud. Se da una parte c’è chi definisce la situazione economica dei centri antiviolenza “disastrosa”, per fortuna dall’altra c’è chi ringrazia la generosità dei privati che spesso riescono a tenere in vita case rifugio e servizi di accoglienza per le donne maltrattate, picchiate o perseguitate. Eppure non basta la generosità dei singoli: i tagli al personale o ai servizi sono frequenti ovunque, le operatrici sono spesso sottopagate nonostante il loro delicato ruolo, chi dovrebbe ricevere risorse dagli enti pubblici per aver partecipato e vinto un bando si vede costretto ad aspettare la cifra spettante per mesi, se non per anni, accumulando intanto debiti su debiti.

I centri antiviolenza sono riuniti sotto la sigla dell’associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza), comprendendo circa 80 associazioni di donne che si occupano di assistere, aiutare e proteggere le vittime di violenza. Abbiamo analizzato la situazione di alcuni centri sparsi per l’Italia per capire da dove arrivano le risorse e come funzionano realmente i finanziamenti.

La casa delle donne di Bologna

La Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna è nata quasi 30 anni fa, nel 1990, e si divide in più strutture: un centro di accoglienza pubblico e una parte di appartamenti con indirizzo segreto per ospitare – gratuitamente – chi ne ha bisogno. Angela Romanin spiega a Fanpage.it qual è la situazione finanziaria del centro del capoluogo emiliano: “Riceviamo finanziamenti pubblici dai comuni di Bologna e dell’hinterland della città metropolitana. Ognuno paga una piccola quota in funzione del numero degli abitanti all’interno di un accordo quadro metropolitano firmato anche dalle istituzioni”. Ma questi fondi riescono a coprire solo una parte delle spese, il resto lo si riesce a reperire “attraverso progetti, il 5 per mille e le donazioni dei privati”.

Romanin spiega che sia il comune di Bologna che la regione Emilia-Romagna sono da sempre molto sensibili al tema ma ci sono “alcune regioni in cui i fondi sono spesi male, in maniera poco virtuosa”. “La nostra regione – continua – è tra le più virtuose, ma in generale non sono stati messi dei paletti chiari sui centri da finanziare e così si finisce per dare questi fondi a istituti come le ‘casine delle suore’, con risorse che vanno disperse”.

Siamo attive dal 1990 ed è sempre stato così: un anno si riesce a fornire i servizi con tranquillità, in altri si è in difficoltà e si è costretti a fare tagli sul personale. Adesso, per esempio, siamo in grossa difficoltà perché non è arrivata una annualità dal dipartimento Pari Opportunità, e siamo scoperti per un importo considerevole che copre una casa rifugio”, spiega ancora Romanin. “Quando c’è una situazione difficile – conclude – dobbiamo tagliare il personale e le ore di attività. Finora abbiamo avuto tranquillità per qualche anno con una grossa donazione di un privato, ma quando i soldi finiscono…”.

Il centro Liberamente… Donna di Perugia

In Umbria l’associazione Liberamente… Donna gestisce due centri, a Perugia e Terni, costituiti nel 2014, una nascita definita dalle stesse donne che fanno parte del progetto “tardiva”. Il problema dei finanziamenti, secondo quanto spiegano, è “strutturale” e riguarda quindi tutti i centri antiviolenza a livello nazionale. “Se da un lato c’è da parte dello Stato un atteggiamento di interesse alla tematica, poi fattivamente esiste un problema di distribuzione delle risorse. C’è un piano di risorse nazionale che va ripartito ma che è insufficiente rispetto al reale funzionamento dei centri”, affermano.

Un altro dei problemi è quello delle operatrici che “svolgono un lavoro molto delicato e che richiede grande professionalità ma che è anche sottopagato. È un lavoro che viene fatto per amore e passione, ma ci vogliono anche degli stipendi che siano almeno corrispondenti a criteri di dignità”. Uno dei problemi ricorrenti ovunque in Italia è quello delle tempistiche per lo stanziamento dei fondi: “In Umbria c’è partecipazione degli enti, però va visto anche quali sono le modalità con cui vengono corrisposte le varie tranche. Quanto tempo ci si impiega per tutta questa trafila? Poi il costo lo sopporta chi ci lavora, magari lo stipendio arriva in ritardo o in misura inferiore rispetto alla tipologia di lavoro”.

Negli ultimi anni – argomentano ancora le donne del centro antiviolenza di Perugia – molto si è fatto, però le misure comunque non possono considerarsi esaustive. Quando non bastano i fondi è inevitabile un taglio ai servizi, con – per esempio – la riduzione dell’orario di reperibilità telefonica che così non è più un servizio h24”.

Le Onde onlus di Palermo

Quello di Palermo è il terzo centro antiviolenza nato in Italia, dopo Bologna e Milano, come spiega una delle sue associate, Maria Grazia Patronaggio. È proprio lei a chiarire come funzionano i finanziamenti pubblici per questi centri in Sicilia: “Le risorse provengono da livelli diversi: da una parte c’è il piano nazionale antiviolenza del governo che dà le risorse alle regioni, dall'altra ci sono alcune attività per cui vengono fatti direttamente dei bandi. Ogni regione decide poi come spendere queste risorse. In Sicilia c’è una legge regionale e le risorse regionali sono pochissime e ogni anno vanno diminuendo. In Sicilia c’è una situazione molto confusa. Anche se le risorse ci sono vengono spese male, con molta lentezza”.

Il centro “funziona sempre”, assicura Maria Grazia sottolineando che però ci sono “sofferenze economiche”. Quest’anno il servizio doveva essere finanziato con un bando vinto, “il problema è che non riceviamo pagamenti dal comune, il progetto è iniziato a gennaio e dopo quasi un anno ancora abbiamo ricevuto solo una tranche di 20mila euro”. A questo punto, le donne dell’associazione sono costrette a “sostenersi da sole”, anche “con prestiti bancari”, e non è la prima volta che questo accade.

Noi abbiamo avuto momento critici, ma non abbiamo mai chiuso perché sono venuti in aiuto i cittadini di Palermo, come nel 2016 quando non abbiamo avuto finanziamenti pubblici ma con le donazioni siamo riuscite a pagare almeno l’affitto”. E la situazione non si è risolta con il progetto vinto con il comune, visto che ancora non sono arrivati i soldi. Si è quindi costretti a tagliare i servizi, pur “mantenendo almeno l’aspetto di emergenza con l’ascolto telefonico, ma ogni tanto dovendo eliminare i colloqui o le consulenze psicologiche e legali”.

Secondo Maria Grazia Patronaggio il problema è che “le politiche a favore delle donne non sono la priorità dei governi: alcune cose sono state fatte ma tutto sul lato giudiziario, che va benissimo. Il problema è il percorso di uscita della donna vittima di violenza che è composto di tanti piccoli percorsi, sociale, economico-lavorativo, di protezione, di salute. Ci vogliono servizi che accompagnano le donne. Le risorse alla fine vengono trovate, non sono neanche sufficienti, ma il punto è che non arrivano ai centri antiviolenza”. La sua proposta allora è di sostituire i bandi e gli avvisi passando a un “sistema di accreditamento”, perché “il bando di gara non garantisce la qualità e la continuità dei servizi” di chi svolge la vera attività di centro antiviolenza.

La Casa internazionale delle donne di Roma

La notizia del rischio di sfratto per la Casa internazionale delle donne, nella sua sede storica romana, ha suscitato molte polemiche. Il punto, come spiega Marcella Triggiani, è che “non riceviamo finanziamenti dal comune”. I fondi arrivano da singoli progetti presentati dalle singole associazioni (ognuno si occupa di un settore, chi di violenza, chi di assistenza legale, etc) che rientrano nell’orbita della Casa (sono 37 in tutto).

Non siamo sovvenzionati da nessuno, siamo auto-finanziate – spiega -. Noi affittiamo i nostri spazi per dei contributi, abbiamo le foresterie per sole donne come l’ostello e anche un ristorante interno. Non riceviamo nessun fondo pubblico, ci siamo sempre autogestite, l’unica cosa comunale è il palazzo di cui paghiamo l’affitto che speravamo potesse essere calmierato” per il tipo di attività svolta. “Non riusciamo a pagare l’affitto richiesto, se riusciamo a pagare le bollette e gli stipendi siamo già in gloria, l’affitto abbiamo provato sempre a pagarlo ma con un importo molto più basso dei quasi 10mila euro previsti, noi possiamo arrivare a 3mila al mese”.

Le difficoltà negli ultimi anni si sono fatte sentire: “Abbiamo ridotto tantissimo i nostri dipendenti perché non avevamo la possibilità di mantenerli, la Casa dà lavoro a 7-8 persone in modo fisso. Nel nostro direttivo, invece, sono tutte volontarie, nessuno prende una lira. Non abbiamo rimpiazzato chi è andato in pensione, basti pensare che fino a 4-5 anni fa eravamo in 15 persone, ora siamo la metà praticamente”.