Era madre di due bambini Bruna Bovino, la giovane uccisa a colpi di forbici e poi data alle fiamme nel centro estetico ‘Arwen' che gestiva a Mola di Bari. L'hanno trovata sul pavimento cosparso di sangue, semicarbonizzata, il 12 dicembre 2013. Un incendio divampato nel salone aveva sfigurato i suoi bei lineamenti e aveva cancellato in parte l'identità del suo assassino. In un primo momento gli investigatori hanno ipotizzato la morte per un incendio scoppiato accidentalmente. I risultati dell'autopsia eseguita sul corpo di Bruna dal medico legale Francesco Introna, hanno evidenziato segni di percosse, lesioni riconducibili a circa 20 colpi di un paio di forbici e segni di strangolamento. Una morte lenta, atroce.

La denuncia del centro massaggi ‘a luci rosse'

Le indagini partono dalla vita della mamma 28enne. Si scava nel suo passato e l'attenzione degli inquirenti si concentra subito su una vicenda giudiziaria cominciata nel 2011 e che la vedeva ancora coinvolta. Bruna si era costituta parte civile nel processo per induzione e favoreggiamento della prostituzione, contro il suo ex datore di lavoro, il titolare del centro massaggi dove era impiegata a Triggiano (Bari). Bruna accusava l'imprenditore di averle chiesto di avere rapporti sessuali con i clienti.

Sembra questa la pista più promettente, ma i tabulati telefonici conducono gli inquirenti su un'altra strada, quella dell'omicidio passionale. Sebbene il cellulare di Bruna sia stato portato via dal suo assassino, i dati messi a disposizione dal gestore aiutano a ricostruire i contatti con una persona, colui che si scopre essere l'amante di Bruna, un uomo di 32 anni, sposato, Antonio Colamonico. L'uomo viene indagato per per omicidio volontario incendio doloso, appiccato, secondo l'accusa per cancellare le prove del delitto.

L'amante sposato

"L'amavo, non avevo motivo di ucciderla" è la difesa di Colamonico che però non convince nessuno. Le celle telefoniche a cui si è agganciato il suo telefono lo collocano sull'ora del delitto all'ora in cui si sono svolti i fatti, ma non solo: il DNA sotto le unghie di Bruna appartiene al 32enne. Prove a cui è difficile ribattere anche per la difesa rappresentata dagli avvocati Nicola Quaranta e Massimo Roberto Chiusolo, che in sede di processo si appellano alla mancanza di un movente, che in effetti appare poco chiaro.

L'epilogo

Secondo i pm Lino Giorgio Bruno e Antonino Lupo si tratterebbe di un delitto ‘d'impeto' maturato durante una violenta lite in cui la 28enne ha cercato di reagire.  La Corte di Assise di Bari ha condannato alla pena di 25 anni di carcere il 36enne Antonio Colamonico, La moglie di Colamonico è accusata di ‘falsa testimonianza' per alcune dichiarazioni che avrebbero potuto scagionare il marito.