Covid 19
21 Gennaio 2022
13:49

Veneto, attacco hacker Ulss 6 Euganea: pubblicati dati sanitari di alcuni utenti

La Procura distrettuale di Venezia ha posto sotto sequestro un sito web contenente i dati diffusi dai pirati informatici firmatisi lockbit 2.0 che hanno hackerato gli archivi digitali della Ulss 6 Euganea (Padova).
A cura di Davide Falcioni
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La Procura distrettuale di Venezia ha posto sotto sequestro un sito web contenente i dati diffusi dai pirati informatici firmatisi lockbit 2.0 che hanno hackerato gli archivi digitali della Ulss 6 Euganea (Padova) rendendoli inutilizzabili dopo che erano in parte stati pubblicati sul dark web. Le indagini erano scaturite a seguito di una richiesta di estorsione con la quale gli autori dell'attacco chiedevano all'Ulss 6 il pagamento di una somma di denaro per la decriptazione del sistema informatico, minacciando in mancanza della corresponsione economica, di pubblicare, come in parte avvenuto, dei documenti personali e sanitari prelevati in occasione dell'attacco. Poco dopo lo scadere del termine per il pagamento, l'altro ieri, gli hacker hanno pubblicato parte dei dati, un'ingenuità che ha permesso alla Polizia postale e delle comunicazioni per il Veneto di risalire alla fonte bloccandola su ordine della Dda veneziana.    L'attacco è riconducibile al dominio uzbeko lockbitatp.uz. Il provvedimento è stato prontamente eseguito dalla Polizia postale, che lo ha notificato a tutti gli Internet service provider italiani che hanno così inibito l'accesso a detti contenuti.

Dopo il tentativo di estorsione da parte degli hacker il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, era stato fin da subito perentorio nel rifiutare di cedere al ricatto. "Non ho informazioni dettagliate, la Procura sta indagando, ed è una ‘partita’ che riguarda un’azienda sanitaria. Ma quando si parla di cybersecurity non si parla di cose fuori dal mondo", ha commentato il governatore. "Sono cose – ha aggiunto – già avvenute in Lazio e in molte altre aziende. Per legge abbiamo sempre l’obbligo di comprare servizi di tutela. Uno dei canali d’ingresso di questi criminali è anche lo smart working, per esempio l’utilizzo di password simili al lavoro e per le cose personali. Si stanno facendo esami per capire se sono entrati da questa ‘porta'", ha concluso Zaia.

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