Che nel 2020, all’apice della civiltà umana, con sofisticatissime tecnologie di tracciamento, cure mediche accessibili come mai nella Storia e una rete di informazione globale capace di fare dieci volte il giro del mondo in un battito di ciglia, possano morire un milione di persone nel giro di meno di un anno a causa di un virus simil-influenzale era un prospettiva che esisteva solo nei romanzi distopici, perlomeno fino a qualche mese fa. Che quel virus non facesse distinzione tra ricchi e poveri e arrivasse al cuore delle metropoli più ricche del pianeta, causando la chiusura totale di città come New York, o Londra, o Madrid, che obbligasse miliardi di bambini in tutto il mondo a rinunciare a essere istruiti per almeno un quadrimestre, che facesse precipitare il mondo in una crisi economica mai vista prima, che arrivasse addirittura a minacciare di cambiare per sempre alcune nostre consolidate abitudini forse non era nemmeno nella penna degli scrittori più visionari.

Però è qui che siamo, adesso. Con il fardello di un milione di morti che non siamo riusciti a evitare. Con un vaccino che attendiamo come il Messia. Con la minaccia di un autunno in cui il mix letale tra l’influenza di stagione e la peste del terzo millennio porti con se nuovi lockdown, nuovi tracolli economici, nuove emergenze occupazionali, per evitare il collasso di interi sistemi sanitari. Con assetti geopolitici ed economici vittime di un rimescolamento e di una destabilizzazione i cui effetti perdureranno per anni, se non decenni. Con una nuova normalità fatta di distanziamenti sociali, azzeramento della privacy, controllo dei comportamenti nella sfera pubblica che è qui per rimanere.

Il mondo ha perso la battaglia contro il Covid-19 perché ha lasciato che un piccolo virus definisse il suo futuro, come nemmeno l’influenza spagnola e l’Aids, che pure hanno in bacheca 50 e 32 milioni di morti stimate erano riuscite a fare. Ha perso, perché si è scoperto fragile, incapace di prevedere gli effetti della guerra che quel minuscolo nemico gli avrebbe scaricato addosso. Ha perso, perché come un sistema operativo obsoleto con un virus informatico, si è lasciato usare da quel nemico, permettendo che la globalizzazione lo propagasse in tutto il mondo, che l’interconnessione mediatica diffondesse la paura, che i settori economici si contagiassero l’uno con l’altro come tessere di un gigantesco domino.

Non sappiamo cosa succederà domani. Se ciò a cui assisteremo sarà un processo di progressiva de-globalizzazione, con il ritorno prepotente dei confini e delle nazioni a definire il futuro del mondo. Se i nuovi equilibri tra le superpotenze saranno decisi da chi prima arriverà al vaccino e potrà distribuirlo al mondo, e se la democrazia si rivelerà un limite, nel raggiungimento di questo obiettivo. Non sappiamo se questa pandemia non sarà stata che l’anteprima di un mondo d’ora in poi dominato da guerre microbiologiche e batteriologiche, se la ricerca si concentrerà d’ora in poi sulla produzione di nuovi virus letali o sui loro vaccini, se il rischio pandemico sarà il grande deterrente globale di una nuova guerra fredda del ventunesimo secolo, così come quello nucleare è stato quello del ventesimo.

Non lo sappiamo, ma una cosa dovremmo stamparcela in testa. Che l’unico modo per evitare il più pericoloso dei crinali, quello sul cui ciglio siamo ora, parte dalla assunzione collettiva di una nuova consapevolezza: che questa pandemia non è stata altro che una grande esercitazione di come dovremo affrontare la prossima grande crisi globale che ci cadrà addosso, quella del riscaldamento del pianeta e del cambiamento climatico, della gestione dei suoi devastanti effetti, dei necessari e radicali cambiamenti nel nostro modo di vivere e produrre.

Vinceremo, solo se da questa pandemia sapremo trarre l’unica lezione che dobbiamo trarre, che solo con l’interdipendenza e la collaborazione tra le nazioni di tutto il mondo si può vincere una battaglia globale, e che lo sforzo collettivo di cambiare il proprio modello di sviluppo è possibile solo che si comincia prima, se non si aspetta che l’Apocalisse si manifesti. Se invece cercheremo di preservare l’esistente  quanto più possibile, e di trarre beneficio dalle disgrazie altrui, se non soprattutto capiremo che questo milione di morti è frutto più della nostra inerzia che di un piccolo, devastante virus, allora prepariamoci. Che andrà molto peggio, prima di andare meglio.