Uccise Giacomo Mongiello in strada ma perse il berretto, arrestato 2 anni dopo a Foggia grazie al dna sul cappello

La polizia ha ricostruito la fuga in bici del presunto killer di Giacomo Mongiello analizzando ben 218 telecamere e scoprendo che aveva perso il cappellino. Questo era stato preso da alcuni minori ed è stato necessario un complesso lavoro di estrapolazione del dna di tutti i ragazzini prima di riuscire ad individuare quello del 43enne arrestato.
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Svolta nell’omicidio di Giacomo Mongiello, il 45enne ucciso a fucilate in pieno centro a Foggia nell'agosto del 2024. Nelle scorse ore la Polizia di Stato ha arrestato un uomo di 43 anni incensurato che ora deve rispondere dei reati di omicidio aggravato dalla premeditazione, detenzione e porto illegale di arma comune da sparo in luogo pubblico e di accensioni ed esplosioni pericolose. A incastrare l’indagato, oltre a una lunga inchiesta tradizionale, una serie di complesse indagini scientifiche che infine sono riuscite a isolare il dna del presunto assassino dal cappellino che indossava e che aveva perso nella fuga.

Le indagini erano partite subito dopo il delitto, avvenuto nella sera del 2 agosto di due anni fa quando Mongiello, che camminava a piedi vicino al centro, fu affiancato alle spalle da un uomo vestito di nero, con un cappellino e una mascherina sul volto, a bordo di una e-bike scura. La vittima fu raggiunta da due colpi di fucile rimanendo ferita gravemente mentre il killer fuggiva a forte velocità. Mongiello era poi morto dopo due giorni di agonia in ospedale.

Gli investigatori della squadra mobile, coordinati dalla Procura di Foggia, si erano concentrati subito sulle videocamere di sorveglianza della zona acquisendo i filmati di ben 218 telecamere. Dai video erano riusciti a ricostruire i movimenti del presunto autore durante la fuga e soprattutto a scoprire che il killer aveva perso il cappellino con visiera che indossava.

Il cappello non era stato subito individuato ma successivamente la polizia era riuscita a scoprire che era stato recuperato da alcuni ragazzini minorenni che per gioco lo avevano provato. Una casualità che ha reso molto più complesse le indagini sul reperto. Le analisi scientifiche, che già avevano individuato residui di polvere da sparo, si sono dovute concentrare su un complesso lavoro di estrapolazione ed isolamento del dna di tutti i ragazzini che avevano maneggiato il berretto prima di riuscire ad individuare quello del 43enne.

Il dna è diventato così la prova schiacciante contro l’indagato attorno al quale si era già stretto il cerchio degli inquirenti dopo le dichiarazioni di circa sessanta persone ascoltate, le analisi delle celle telefoniche, numerose intercettazioni e perquisizioni personali, domiciliari e informatiche. A lui infatti faceva già riferimento una chiamata anonima durante la quale veniva indicato come presunto autore del delitto e le indagini degli agenti della Mobile hanno ricostruito i legami tra la vittima e l’indagato.

Le indagini hanno delineato un omicidio pianificato con estrema cura in ogni fase del delitto con accorgimenti per eludere le indagini tra cui il ricorso ad una bici con pedalata assistita poi distrutta. Elementi che hanno spinto la Procura a chiedere e ottenere dal Gip del tribunale di Foggia la misura della custodia cautelare in carcere.

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