Fa freddo a Torino e passare in via Sant'Ottavio, di fronte alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, e vedere una fila di studenti delle superiori che seguono le lezioni con le spalle appoggiate al muro della loro scuola chiusa fa un certo effetto. Mentre tutti i giornalisti si concentrano su Anita, la ragazza della vicina scuola media che si presenta con la madre e un antico banco di scuola, mi soffermo a parlare con un gruppo di studenti di 17 e 18 anni, distanziati e silenziosi, che paiono immersi nelle lezioni in DAD oppure a leggere romanzi.

"Stiamo seguendo le lezioni quando ce lo consentono – racconta Maddalena, 18 anni – perchè i professori ci sbattono fuori dal meeting, visto che siamo in un luogo non consono. Spero che la professoressa di filosofia ci consenta di seguire la lezione"

Una circolare della preside del Liceo Gioberti, qualche settimana fa, aveva informato gli studenti che le lezioni in Didattica a Distanza sarebbero state possibili per gli studenti solo se si fossero trovati in un luogo consono, preferibilmente a casa propria, per evitare che gruppi di studenti si ritrovassero a casa di uno o dell'altro, o che addirittura alcuni seguissero le lezioni mentre passeggiavano in giro per la città.

"E' anche una misura di autotutela – spiega Pietro, 17 anni – nel caso succeda qualcosa qua fuori. Però questa cosa delle assenze non importa. Abbiamo organizzato la manifestazione, chiesto l'autorizzazione alla questura e il fatto che risultiamo assenti è un rischio che siamo disponibili a correre".

Quello che questi studenti vogliono non è una riapertura immediata, in spregio alla zona rossa, al Covid e alla pandemia. "Ci rendiamo conto della situazione critica che stiamo attraversando, ma protestiamo perchè secondo noi non si dà abbastanza importanza alla scuola" racconta Francesco.

"Abbiamo frequentato la scuola un mese – spiega Alessandro, l'altro organizzatore – abbiamo seguito le regole, siamo stati in classe con la mascherina, abbiamo arieggiato le aule, e poi? Poi abbiamo visto i mezzi pubblici stracolmi, in cui si stava schiacciati come sardine, sia all'andata che al ritorno. Noi vogliamo tornare a scuola il prima possibile"

E' una manifestazione contro il governo, ma è anche un modo per presentarsi al pubblico come generazione. "Siamo quelli che sono nati col telefono in mano – racconta Anna, 18 anni anche lei – che non vogliamo andare a scuola, che non siamo interessati a niente. Eppure quando ci tolgono la scuola noi siamo qui a dire che ci manca qualcosa. Forse si dovrebbe cominciare a rivalutare l'idea che tutti si sono fatti di noi".