Tommaso morì all’asilo travolto da un’auto, pena sospesa per i condannati. I genitori: “Per noi sarà eterna”
"Per noi la pena sarà eterna". Quattro anni dopo la morte di Tommaso D'Agostino, i genitori del bambino tornano a parlare dopo la sentenza che ha chiuso il primo grado del processo sulla tragedia dell'asilo Primo Maggio dell'Aquila. Il 16 settembre il tribunale ha condannato a un anno e otto mesi Bruno Martini, responsabile del Servizio di prevenzione e protezione, e a un anno e sei mesi la dirigente scolastica Monia Lai. Per entrambi la pena è stata sospesa. Il tecnico del Comune Antonello Giampaolini è stato invece assolto perché il fatto non sussiste.
Tommaso aveva quattro anni quando, il 18 maggio 2022, un'auto parcheggiata in discesa all'interno dell'area dell'asilo si mise in movimento, sfondò la recinzione e travolse i bambini che si trovavano nel cortile. Il piccolo morì, mentre altri cinque bambini rimasero feriti. La vettura apparteneva a Radostina Zhorova Balabanova, che quel giorno era scesa dall'auto per andare a prendere i figli che frequentavano la stessa scuola. La donna aveva già patteggiato nel febbraio 2025 due anni di reclusione con pena sospesa.
La tragedia all'asilo de L'Aquila
La vicenda giudiziaria ha quindi riguardato anche le presunte responsabilità legate alla sicurezza della scuola. Già nella fase delle indagini una perizia aveva evidenziato possibili criticità dell'area, tra cui la recinzione e la gestione degli spazi esterni. Proprio sulla base degli accertamenti erano stati rinviati a giudizio, oltre alla conducente, la dirigente scolastica, il responsabile della sicurezza e il tecnico comunale.
Ora, dopo la sentenza, Alessia e Patrizio, i genitori di Tommaso, hanno affidato a una lunga lettera aperta la loro reazione. "La pena sospesa è un lusso che a noi non è concesso. La nostra pena sarà eterna", scrivono.
Nella stessa giornata in cui è stato pronunciato il verdetto, raccontano, il fratellino Luigi usciva di casa per il suo primo giorno di asilo. Un passaggio che per i genitori ha assunto un significato particolare:
Nel giorno del verdetto del tribunale sull'uccisione di Tommaso, Luigi, suo fratello usciva di casa per il suo primo giorno di asilo: sopravviene la suggestione che più che di una coincidenza casuale si tratti di sincronicità".
"Sarebbe bastato tirare un freno a mano"
Poi il ricordo del figlio che non c'è più: "Oggi Tommaso avrebbe otto anni e forse sarebbe stato un ottimo alunno, brillante e curioso come già prometteva". E l'accusa al sistema che, secondo i genitori, avrebbe dovuto proteggerlo:
Non gli è stato concesso dalla fatale leggerezza di un sistema in cui gli adulti, bravissimi a schivare responsabilità, ignorano il rispetto".
È soprattutto sulla sicurezza dell'asilo che si concentra la loro amarezza. "Sarebbe bastato tirare un freno a mano, apporre un divieto di accesso alle auto nel cortile e il volto di Tommaso sarebbe solo parte della nostra intimità familiare", scrivono. Quel giorno, invece, la famiglia si preparava a una crociera e al matrimonio che sarebbe dovuto arrivare il mese successivo. "
Invece nella basilica scelta per il matrimonio si è tenuto il funerale del nostro unico figlio, desiderato e allevato nella gioia e nel rispetto degli altri".
I genitori precisano di non voler confondere giustizia e vendetta, ma contestano comunque l'esito del procedimento. "La giustizia non deve essere vendetta, lo sappiamo", scrivono, spiegando però di faticare a riconoscere nella sentenza "persino il rispetto che abbiamo cercato per quattro anni". E aggiungono: "Quando si misura in pochi mesi di condanna, teorica, la responsabilità di chi quelle banali soluzioni le ha ignorate, l'impotenza e l'incredulità amplificano il dolore e generano solo rabbia".
"Non ci fidiamo di una società dove i piani di sicurezza si fanno con il copia e incolla"
Nella lettera c'è anche un riferimento agli eventuali sviluppi del procedimento: "Risulta, visto da qui, persino un offensivo affronto vedere dibattersi come pesci all'amo i protagonisti, le assicurazioni e i loro agguerriti legali per cercare di ridurre una condanna per noi già blanda e con effetti inconsistenti, attraverso appelli e cavilli che suonano grotteschi davanti alla tomba silente di un bambino". Gli stessi genitori riconoscono però che si tratta di "un loro diritto garantito dalla liturgia del processo".
Dopo quattro anni di udienze, rinvii e adempimenti giudiziari, la coppia dice di aver assistito personalmente a ogni passaggio del processo. "Abbiamo subito procedure disumanizzanti che pretendono di verificare la sofferenza dei parenti, come se ce ne fosse bisogno, parametrizzare il vuoto della perdita e soppesare metodologicamente a milligrammi il dolore", scrivono.
E proprio da questa esperienza arriva la loro critica più ampia:
"Non ci fidiamo di una società dove i piani di sicurezza di un asilo si fanno con il copia e incolla e la filiera istituzionale di atti e decisioni vitali per la scuola e i suoi piccoli cittadini è incoerente e lacunosa".
La loro conclusione è rivolta a chi ha in custodia i bambini:
Le famiglie affidano alle istituzioni il loro bene più prezioso. Se la scuola è un diritto deve esserlo anche la sicurezza garantita, senza scuse, senza attenuanti e senza sottrazioni di responsabilità che siano giuridiche o anche solo morali. I nostri figli devono essere protetti da chi li prende in custodia come li proteggerebbe una madre o un padre. Se non accade, la giustizia dovrebbe tuonare".