Doveva avvenire a febbraio ed invece sono passati quasi più di due mesi ed il processo di distruzione delle armi chimiche del regime siriano nel porto di Gioia Tauro non è ancora iniziato. Nel porto calabrese si dovranno incontrare la nave speciale della marina USA Cape Ray e la nave Ark Futura proveniente dal porto siriano di Latakia. La Cape Ray, con le sue apparecchiature, effettuerà poi il processo di idrolisi che consentirà la distruzione delle armi.

I ritardi delle navi con le armi chimiche da distruggere

Intorno alla metà di febbraio tutto sembrava imminente. La conferenza stampa dell'allora ministro – c'era ancora il governo Letta – Emma Bonino che annunciava la scelta di Gioia Tauro come porto italiano per ospitare la fase di distruzione delle armi, pareva accelerare le procedure. Invece la Ark Futura è rimasta ferma nel porto di Latakia. Le stive del cargo infatti sono rimaste vuote a causa dei ritardi accumulati dalle autorità locali nel trasporto delle armi chimiche dagli arsenali di Assad, posizionati nel centro del paese, fino al porto sul Mediterraneo. Secondo l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che sovraintende tutta l'operazione sotto mandato dell'Onu – entro il 27 aprile tutte le armi saranno arrivate nel porto di Latakia. Da quel momento ci vorranno circa 2-3 giorni per completare le operazioni di carico della Ark Futura che potrà così partire per arrivare tra il 2 ed il 4 maggio nel porto di Gioia Tauro. La Cape Ray invece si trova attualmente nel bacino della base navale di Rota nel Sud Ovest della Spagna da dove attende, da febbraio, di poter salpare verso Gioia Tauro. A bordo con l'equipaggio anche i chimici dell'Edgewood Chemical Biological Center, coloro i quali materialmente procederanno all'idrolisi per la distruzione delle armi. Dal momento in cui il carico dell'Ark Futura sarà spostato sulla Cape Ray ci vorranno circa 60 giorni, mare permettendo, per completare l'operazione.

Il nuovo svincolo ferroviario di Gioia Tauro

Intanto a Gioia Tauro la situazione è molto diversa rispetto a due mesi fa. Le manifestazioni di protesta guidate dai sindaci della piana di Gioia Tauro hanno lasciato il posto ad una più riflessiva attenzione per il territorio. In febbraio protestavano tutti: sindaci, sindacati e cittadini. "No ai veleni nel nostro mare" gridavano in piazza i sindaci, dimenticando che nel solo anno 2013 oltre 29 mila tonnellate di sostanze chimiche altamente tossiche sono transitate nel porto di Gioia Tauro senza che nessuno battesse ciglio. Per i sindacati, a cominciare dalla Cgil, "la distruzione delle armi è un atto di pace nel Mediterraneo e come tale va sostenuto". Sembra che anche i sindacalisti abbiano accertato che i materiali chimici sulla Ark Futura sarebbero che normalmente transitano nel porto calabrese che resta, tutti i giorni indipendentemente dal clamore, un porto a rischio. Sullo sfondo di questa mutata situazione "ambientale" sembra che ci sia la promessa del governo nazionale di sbloccare finalmente i fondi per la costruzione dello svincolo ferroviario che collega il porto di Gioia Tauro alla linea ferroviaria. Oggi infatti il porto di Gioia, tra i più importanti d'Europa, resta un porto di trasbordo merci. Impossibile fargli compiere il salto di qualità facendolo diventare porto di distribuzione merci per l'assenza di adeguate infrastrutture sia stradali – con l'annosa storia della Salerno – Reggio Calabria – sia ferroviario visto che il porto non è collegato alla ferrovia. E così, con questo impegno del governo ad investire a Gioia Tauro per la crescita e lo sviluppo della zona, l'operazione della distruzione delle armi viene "benedetta" da molti che fino a due mesi fa erano sul piede di guerra. Il ritardo accumulato dall'operazione quindi ha consentito di stemperare gli animi e di trovare, a quanto pare, i dovuti equilibri sul territorio.