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23 Febbraio 2015
19:26

Se la Parmalat chiede ai consumatori del suo latte di “sentirsi un boss”

Fa discutere l’etichetta del latte Parmalat “Oggi mi sento un boss” e l’attività sui social network dell’azienda, nota per il crac che ha mandato all’aria le vite di migliaia di risparmiatori. Il caso segnalato allo Iap, l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria. Nando Dalla Chiesa: “Trovata di pessimo gusto”.
A cura di Ester Castano
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#OGGIMISENTO un boss. È lo slogan della nuova campagna pubblicitaria Parmalat. L’azienda, al cui nome a più di dieci anni di distanza fa ancora eco il ‘crac del secolo’ scoperto nel 2003, una voragine di 14 miliardi di euro e truffa a 38mila risparmiatori, ha deciso di lanciare il concorso a premi ‘Oggi cinema’ in questo modo: “Oggi ti senti un boss? Condividi sui social la tua foto con la bottiglia e l’hashtag #OGGIMISENTO un boss: potrai vincere un anno di film on demand”. Il tutto corredato dalla riproduzione stilizzata sull’etichetta del volto di un uomo con sigaro in bocca, occhiali scuri da sole in testa, cravatta nera e barba incolta che rimandando all’immaginario della mala italo-americana fa tanto scena del crimine. Ma perché la scelta del boss? “Non so darle informazioni in più a riguardo – risponde al telefono una gentile centralinista Parmalat con voce pacata – il concorso è valido fino al 10 maggio 2015 con un montepremi di 26mila euro. Ma sulla scelta di pubblicità e marketing non posso aiutarla e non saprei chi indicarle”.
E se per insegnanti e istituzioni è già difficile educare la cittadinanza alla legalità, lo è ancor più quando a colazione con caffelatte e biscotti è servito l’invito a paragonarsi a un boss che, in Italia, è il termine con cui si indica il capo mafia: il boss di cosa nostra, il boss della cosca, il boss della malavita.

“Una pubblicità del genere è di pessimo gusto – dichiara Nando dalla Chiesa, professore di sociologia della criminalità organizzata all’Università degli studi di Milano – si potrebbe dire oggi mi sento un leone oppure usare altri termini per dire di essere in grado di spaccare le montagne. Invece qui è stato deliberatamente scelto un termine che nella nostra cultura non è il soprannome di Bruce Springsteen, ma indica il boss di cosa nostra o della ‘ndrangheta. Ed è un po’ offensivo, per una storia come quella italiana, che una grande impresa pubblicizzi l’immaginario del boss”. Un nomignolo con cui oggi ci si riferisce, anche, per indicare personaggi furbi e dominanti, influenti in azienda e ‘malandrini’ in politica. Erano considerati boss i corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, è considerato boss il latitante siciliano Matteo Messina Denaro, la primula rossa di Cosa nostra; è boss a Reggio Calabria l’anziano capocosca Giuseppe Mazzagatti di Oppido Mamertina omaggiato la scorsa estate durante la tradizionale processione religiosa con l’inchino della Madonna delle Grazie davanti alla sua abitazione; era boss della Lombardia fino a luglio del 2008, prima di essere ammazzato, compare Carmelo, capo dei capi della ‘ndrangheta padana ucciso a San Vittore Olona, in provincia di Milano, dal a sua volta boss 39enne Antonino Belnome, il primo padrino di ‘ndrangheta nato, cresciuto, affiliato ed infine pentito al Nord. E quella bottiglia di latte è arrivata anche lì: a Corleone e Palermo, a Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria, a Milano e nel resto d’Italia.

“È evidente che proporre la figura del boss come immagine a cui aspirare è un dato negativo: affronta con superficialità e rende leggero un tema che invece per gran parte del nostro Paese significa Terra dei fuochi, usura, violenza – afferma il senatore Franco Mirabelli (Pd) della Commissione parlamentare antimafia – l’idea che il personaggio boss e più in generale la mafia si possano ridurre a uno scherzo è sbagliato. Non basta che parlamento e istituzioni si impegnino a migliorare le norme per il contrasto se poi non c’è sforzo da parte di tutta la società e delle imprese nel contrasto dei modelli mafiosi”. Il caso ha fatto scalpore fra alcuni consumatori ed è stato segnalato allo IAP, l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria. Del resto la Parmalat è una delle aziende più importanti nella produzione di latte, la bottiglia in questione con boss e sigaro da gangster è finita sulle tavole di molte famiglie italiane e la polemica fra consumatori attenti era inevitabile. “Pubblicità ignobile”, “E’ disgustoso”, “Ti cadono le braccia se non altro”, commentano gli utenti del web. “La ringraziamo per averci scritto – risponde lo staff dello IAP, l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria, alla segnalazione della pubblicità Parmalat – la nostra procedura prevede che le segnalazioni relative a messaggi in diffusione siano vagliate dal Comitato di Controllo, al quale il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale affida il compito di intervenire a tutela degli interessi dei cittadini-consumatori. Al termine dell’istruttoria, il Comitato delibera le iniziative da assumere. Provvederemo senz’altro a sottoporre nel più breve tempo possibile la sua segnalazione al Comitato e La terremo informata sull’esito del caso”. I consumatori attendono risposta, oltre che il giorno in cui un grande marchio italiano avrà il coraggio di lanciare l’hashtag #OGGINONMISENTO un boss.

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