Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi morte avvelenate, riascoltato l’infermiere delle flebo: “Sappiamo tutti come stavano”

Sono ripresi oggi gli interrogatori in Questura a Campobasso per l’inchiesta sulla tragica morte di madre e figlia 15enne morte avvelenate da Ricina in casa a Pietracatella. Nella mattinata di lunedì gli inquirenti hanno ascoltato nuovamente, sempre come persone informate sui fatti, parenti e amici di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi per cercare di chiudere il cerchio attorno al giallo della loro morte. Una ventina di persone in tutto tra cui anche l'infermiere e amico di famiglia che nel dicembre scorso somministrò le flebo alle due donne che già stavano male.
Il professionista è stato ascoltato nel pomeriggio quando si è presentato da solo in Questura a Campobasso senza voler rilasciare nessuna dichiarazione ai giornalisti. “Sappiamo tutti come stavano in quei giorni” si è limitato a rispondere all’uscita circa un’ora dopo. L’infermiere, amico di Gianni Di Vita, padre e marito delle due vittime, era stato chiamato dalla famiglia dopo un primo accesso ospedaliero delle due donne per una sospetta intossicazione alimentare che però non aveva risolto i loro gravi sintomi.
Era il 26 dicembre dello scorso anno e l’infermiere avrebbe somministrato una flebo a madre e figlia dopo che erano state dimesse dal pronto soccorso. Per questo l’uomo è stato ascoltato nuovamente su istanza del legale di uno dei medici dell’ospedale indagati inizialmente per omicidio colposo prima della scoperta dell’avvelenamento da Ricina.
“Il mio assistito e gli altri medici indagati sono innocenti. Non potevano capire che fosse la ricina la causa della morte di Sara e Antonella e per colpa di altri ora sono indagati” ha spiegato l’avvocato. L’infermiere era stato già ascoltato in precedenza subito dopo la morte delle due donne e aveva ammesso la somministrazione della flebo per reidratare madre e figlia in quel giorno su richiesta della famiglia. Dalle sue parole gli investigatori vogliono cristallizzare i contorni temporali della vicenda e dei malori mortali.
Ha parlato anche Pietro Terminiello, legale di uno dei medici indagati, che ha ribadito l'estraneità del suo assistito al reato contestato. "Con gli strumenti ordinari a disposizione di un pronto soccorso di un ospedale, di Campobasso ma anche di un qualunque altro ospedale italiano – ha affermato -, non si poteva capire quel genere di avvelenamento; con strumenti diagnostici ordinari era escluso e questo è un aspetto importante. Peraltro c'è da dire che anche laddove, per assurdo, si fosse compreso che si trattava di avvelenamento da ricina, comunque non c'era antidoto, e questo è l'aspetto più importante. Era comunque anche tardi perché l'avvelenamento era ormai massiccio nell'organismo delle povere sventurate".
L’inchiesta della Porcia di Larino continua concentrarsi sulla famiglia per capire chi abbia avvelenato le due donne e nei prossimi giorni sarà ascoltata anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. Contemporaneamente vanno avanti le perizie sui dispositivi elettronici sequestrati in casa delle vittime. Si cercano eventuali ricerche su Ricina e veleni ma anche comunicazioni e chat in cui potrebbe emergere il possibile movente.