Madre e figlia avvelenate con Ricina, conclusa copia del telefono della figlia più grande: “Sospetti su 4-5 persone”

Si stringe sempre di più il cerchio attorno ai possibili avvelenatori di Antonella Di Ielsi e della figlia 15enne Sara Di Vita, le due donne vittime di una intossicazione letale da Ricina nel periodo prima di Natale nella loro casa di Pietracatella, in provincia di Campobasso. Sono quattro o cinque in tutto infatti le persone su cui si stanno concentrando le attenzioni e le indagini della procura secondo quanto emerge da fonti investigative. Dopo i risultati degli esami tossicologici sulle due vittime, gli inquirenti infatti sono ormai fermamente convinti di un atto premeditato e volontario e stanno cercando di scandagliare i rapporti sia all'interno della famiglia sia con altri soggetti che potrebbero dare un movente all'accaduto.
Proprio a questo proposito continuano incessantemente gli interrogatori di familiari, amici e conoscenti di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. In Questura a Campobasso anche oggi sono stati convocati e ascoltati dalla polizia diversi soggetti, al momento tutti come persone informate dei fatti. Si tratta dell'inchiesta tradizionale che va di pari passo con quella scientifica come ha confermato la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. "Stiamo entrando sempre di più nelle vicende di cui ci stiamo occupando che non potevano restare più al livello soltanto della tossicologia e degli studi scientifici ma, a questo punto, chiedevano un intervento da un punto di vista delle attività giudiziarie vere e proprie" ha dichiarato la procuratrice.
Intanto vanno avanti però anche le perizie tecniche sui cellulari e dispositivi informatici delle vittime e dei familiari che potranno dare una nuova svolta all'inchiesta. Dopo la conclusione dell'attività di copia forense del telefono della figlia più grande, che ha richiesto quattro o cinque giorni di lavoro, si procede ora con l'acquisizione delle memorie degli altri smartphone e del computer sequestrati nella casa della famiglia Di Vita durante il sopralluogo avvenuto nella giornata di lunedì.
Un'attività che richiederà diverse settimane come ha confermato il perito Giovanni Alfonso, consulente informatico e criminalista forense che affianca la difesa dei familiari di madre e figlia. La procedura prevede diverse fasi, la prima è l'acquisizione integrale dei dati del dispositivo, la cosiddetta copia forense "mezzo", che consiste in una copia completa ma grezza del telefono. "È come copiare interamente il contenuto di una memoria, ma in forma grezza, non ancora leggibile", ha chiarito Alfonso. Solo successivamente il software forense analizzerà i dati rendendoli consultabili e distinguendo tra chat, immagini, video, documenti e altri file. Solo in un terzo step si arriva alla cosiddetta copia forense "fine", che contiene esclusivamente i dati ritenuti rilevanti ai fini investigativi e per i quali la procura ha chiesto l'estrazione per farli confluire del fascicolo di indagine.
Un'attività che dovrà essere ripetuta ogni volta per ogni smartphone e computer sequestrato e in alcuni casi anche più volte per ogni singolo dispositivo visto che l'estrazione non sempre va a buon fine al primo tentativo. "Una volta avviata l'estrazione, il processo può durare molte ore, in base alla memoria del telefono" ha aggiunto l'esperto. Considerando i nove dispositivi sequestrati nel sopralluogo del 4 maggio, tra telefoni, computer e router per analizzare i dati del wifi, potrebbero volerci diverse settimane.