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Mamma e figlia morte a Campobasso

Madre e figlia avvelenate a Campobasso, l’ipotesi della ricina sciolta nell’acqua durante la cena del 23 dicembre

La ricina che ha causato l’avvelenamento e la morte di Antonella Di Vita, 50 anni, sua figlia Sara, 15 anni, a Campobasso, potrebbe essere stata sciolta nell’acqua utilizzata per la cena del 23 dicembre.
A cura di Giorgia Venturini
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Antonella Di Vita, 50 anni
Antonella Di Vita, 50 anni
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Potrebbe essere stata sciolta nell'acqua la ricina che ha causato l'avvelenamento e la morte di Antonella Di Vita, 50 anni, sua figlia Sara, 15 anni, nel periodo natalizio a Campobasso. Nel mirino degli inquirenti ci sarebbe la cena del 23 dicembre in cui sarebbero state presenti le due vittime e il marito (nonché padre) Gianni. L'altra figlia della coppia era uscita per una pizza con gli amici: lei è stata l'unica a non avere sintomi, mentre il padre è stato ricoverato ma gli accertamenti tossicologici non avrebbero trovato la sostanza nociva nel suo corpo.

La procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Mobile Marco Graziano stanno indagando per omicidio colposo nei confronti dei 5 medici del pronto soccorso di Campobasso che non si sarebbero accorti della gravità della situazione e per omicidio volontario con l'aggravante della premeditazioni nei confronti di ignoti. Perché tra le poche certezze sul caso c'è quella che la ricina è una sostanza altamente nociva e quindi non facilmente reperibile. E soprattutto non finisce in tavola per caso. Adesso una possibile svolta: gli specialisti dell’ospedale Cardarelli hanno ipotizzato che la ricina fosse presente nell'acqua da bere. Per ora resta un sospetto, ma come riporta Il Corriere della Sera sarebbe stata confermata una possibile "evidenza scientifica".

Inquirenti e investigatori si sono presentati di persona al direttore Carlo Locatelli del Centro Antiveleni di Pavia al quale sono stati affidati gli accertamenti scientifici sulla ricina. Qui potrebbero essere stati consegnati i pasti e gli alimenti trovati in casa della famiglia, che è stata messa subito sotto sequestro dopo la tragedia. Gli investigatori non pensano invece che il veleno fosse stato sciolto nelle flebo praticate da un infermiere in casa, come era stato ipotizzato nei giorni scorsi da un avvocato difensore di uno dei cinque medici. Stando all'ipotesi del legale Pietro Terminiello, un amico di Gianni si era offerto per fare una flebo alle due donne dopo che si erano presentate al pronto soccorso una prima volta ed erano state mandate a casa con la diagnosi di un problema di stomaco. Flebo che non erano state prescritte dai medici del pronto soccorso.

Il legale a Fanpage.it ha spiegato: "Questa ipotesi si basa sul fatto che nella relazione del Centro Antiveleni si legge che la ricina è letale in 12 ore, quindi il 23 dicembre è una data troppa lontana. Da qui l'ipotesi che le due donne siano state veramente colpite da una gastrite e successivamente avvelenate". Che la ricina potesse essere nell'acqua della flebo? L'avvocato ha chiesto che il prossimo 5 maggio venga sentito l'infermiere, nonché amico di famiglia, che in casa ha somministrato la flebo.

La probabilità più alta per gli investigatori resta quella che la sostanza nociva sia stata messa nell'acqua utilizzata per la cena del 23 dicembre. Sono in corso tutte le verifiche del caso.

Intanto la dottoressa Benedetta Pia De Luca, il medico legale che ha effettuato le autopsie sulle due donne, ha precisato: "Durante l'incontro previsto per oggi pomeriggio al Policlinico di Bari alle 15.30 si darà la possibilità ai consulenti di parte di visionare al microscopio i vetrini ottenuti dai frammenti di organo prelevati in sede di autopsia il 31 dicembre scorso e durante l'incontro del 28 gennaio". E ancora: "L'analisi istologica è importante tanto quanto quella autoptica e serve a rilevare eventuali elementi non evidenziabili con la sola visione macroscopica degli organi". La dottoressa ha chiesto una ulteriore proroga di 30 giorni per il deposito della relazione.

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