video suggerito
video suggerito
Mamma e figlia morte a Campobasso

Mamma e figlia avvelenate con ricina a Campobasso, la zia di Di Vita: “Coinvolta una ragazzina, è un incidente”

Si continua a indagare sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia decedute dopo Natale a Campobasso dopo aver ingerito della ricina. Si ipotizza l’avvelenamento in due tempi e spunta la pista di una flebo fatta da un amico sanitario il 26 dicembre dopo le dimissioni dall’ospedale.
A cura di Gabriella Mazzeo
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

"Non c'è niente da dire. In questa storia è coinvolta una ragazzina, la state crocifiggendo". A parlare è Maria di Vita, zia di Gianni, marito e papà diAntonella Di Ielsi e Sara, morte a Campobasso dopo Natale per avvelenamento da ricina. Alla figlia maggiore, Alice, unica assente alla cena con i parenti prima di Natale, è stato sequestrato il cellulare nel quale sarebbero stati trovati alcuni appunti sui pasti ingeriti dai familiari, forse per non dimenticarli nel corso delle indagini. Per la zia di Di Vita, l'avvelenamento sarebbe stato un incidente. "Non ho mangiato con loro la sera del 23 dicembre, non vivevamo insieme. Per noi è stato tutto un incidente",

Nel frattempo, dopo la conferma di un avvelenamento da ricina per mamma e figlia, arrivano anche alcune indiscrezioni sulla mancanza di tracce di veleno nel sangue di Di Vita. L'uomo era però entrato in ospedale con sintomi, anche se nel suo sangue non è poi stata rinvenuta la ricina che invece ha ucciso Di Ielsi e la figlia. La spiegazione è da ricercarsi in due ipotesi: secondo la procuratrice di Larino, sarebbe compatibile sia con l'eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione del campione in ragione del tempo trascorso  fino all'esecuzione delle analisi. Se l'Istituto Lazzaro Spallanzani IRCCS aveva voluto chiarire, tramite una nota, di aver conservato i campioni del paziente con le modalità previste per le indagini di microbiologia clinica, dall'altra gli investigatori ipotizzano un avvelenamento avvenuto in due tempi. 

In ballo c'è anche l'ipotesi della premeditazione: il veleno è infatti estremamente volatile e sparisce in poco tempo. Chi ha maneggiato la ricina, secondo gli inquirenti, ne era a conoscenza. Per l'avvocato Pietro Terminiello, che segue uno dei 5 medici sotto inchiesta, la pista di un avvelenamento in due fasi è plausibile: la sostanza letale sarebbe stata ingerita dopo essere finita (magari accidentalmente, gli investigatori non lo escludono) negli alimenti mangiati la sera del 23 dicembre, quando a tavola non c'era Alice, fuori con degli amici. L'intossicazione successiva potrebbe essere avvenuta il 26 a casa, un giorno prima del secondo ricovero, quando mamma e figlia si presentarono in pronto soccorso ormai debolisse. I Di Vita avrebbero chiamato a casa un caro amico nella giornata del 26, un sanitario, per effettuare una flebo ad entrambe le vittime, dimesse il 25 dicembre dall'ospedale ma evidentemente disidratate.

L'uomo è stato ascoltato dagli agenti nei giorni successivi ai decessi. Le flebo potrebbero già essere sotto sequestro nell'abitazione dei Di Vita, alla quale sono ancora apposti i sigilli. Nei prossimi giorni nella casa sarà effettuato un nuovo sopralluogo. La fonte di avvelenamento, secondo Terminiello, potrebbe essere stata diversa dal cibo e le flebo, qualora venissero trovate, potrebbero essere un elemento importante. La consegna  degli esiti dell’autopsia era prevista per fine aprile, ma vista la complessità del caso, slitterà di un mese.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views