Madre e figlia avvelenate a Campobasso, settimana cruciale: al vaglio il cellulare di Alice e nuovi esami sulla ricina

L’inchiesta sul cosiddetto giallo di Pietracatella, coordinata dalla Procura di Larino insieme alla Squadra Mobile di Campobasso, entra in una fase considerata cruciale.
Le prossime giornate sono destinate a segnare un passaggio importante nell’indagine sulle morti di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso all’ospedale “Cardarelli” di Campobasso. Al centro del fascicolo resta l’ipotesi di una possibile intossicazione da ricina, una delle tossine naturali più potenti conosciute.
I nuovi accertamenti: il nodo del cellulare di Alice Di Vita
Gli investigatori di preparano a una serie di attività tecniche ritenute determinanti per la ricostruzione dei fatti. Oggi a Campobasso la Polizia giudiziaria procederà con l’analisi dello smartphone di Alice Di Vita, 18 anni, figlia e sorella delle due vittime. L’operazione, disposta dalla procuratrice Elvira Antonelli, prevede l’estrazione forense completa dei dati relativi agli ultimi cinque mesi.
Nel dettaglio, verranno acquisiti messaggi, chat, email, conversazioni social, siti visitati e dati di geolocalizzazione. Particolare attenzione sarà riservata anche alle “note” del telefono, dove la ragazza avrebbe annotato alimenti e informazioni legate ai giorni precedenti la tragedia. L’obiettivo è ricostruire i contatti familiari e verificare eventuali elementi utili alle indagini, comprese le comunicazioni avvenute nelle ore in cui madre e figlia si sono rivolte al pronto soccorso.
Un secondo passaggio è previsto a Bari, dove presso il Policlinico saranno riesaminati i vetrini istologici prelevati durante le autopsie. Alla presenza dei consulenti delle parti e dei medici indagati, la perizia cercherà di chiarire i punti ancora incerti emersi dalle prime analisi. La relazione conclusiva della consulente incaricata dalla Procura è attesa a breve, anche in vista della scadenza della proroga concessa per gli accertamenti.
La ricina e le analisi tossicologiche
Uno dei nodi centrali dell’inchiesta riguarda la natura della sostanza individuata nei campioni biologici delle vittime. Secondo la relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, nei campioni ematici di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non è stata rilevata la ricina in forma integra, ma tracce compatibile con la pianta del ricino e con le sue lectine.
Gli esami hanno evidenziato quella che gli esperti definiscono una ‘firma biologica’, ottenuta attraverso analisi immunologiche e proteomiche ripetute e incrociate tra più laboratori. Si tratta di un elemento compatibile con una intossicazione da ricino, anche se la ricina, essendo una proteina altamente instabile, tende a degradarsi rapidamente e rende complessa l’identificazione diretta della sostanza.
In alcuni campioni ematici è stata comunque rilevata la presenza compatibile con una esposizione sistemica, mentre nel contenuto gastrico e in altri organi non è stata rivnenuta la stessa sostanza. Un dato che non esclude l’ipotesi di ingestione, ma lascia aperti interrogativi sulla modalità di esposizione, che al momento non è stata chiarita.
Gli esami sugli alimenti sequestrati nell’abitazione hanno inoltre dato esito negativo, alimentando ulteriori dubbi sulla dinamica dell’avvelenamento e sulla possibile origine della sostanza.
La posizione di Gianni Di Vita e i dubbi sulla negatività alla ricina
Tra i punti ancora più delicati dell’inchiesta c’è la posizione di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara. Anche lui, negli stessi giorni in cui madre e figlia si erano sentite male, era stato ricoverato prima del successivo trasferimento allo Spallanzani di Roma. I suoi valori clinici avevano attirato subito l’attenzione degli investigatori, in particolare per l’aumento della bilirubina totale riscontrato in tutti e tre i familiari.
Proprio questo elemento aveva contribuito a far emergere il sospetti di un possibile avvelenamento comune. Tuttavia, mentre nei campioni ematici di Antonella e Sara sono state rilevate tracce compatibili con la ricina, nei campioni biologici di Gianni non sono emerse evidenze dirette della sostanza.
Una negatività che però, secondo gli esperti, non basta a escludere in modo definitivo un suo eventuale contatto con il veleno. La relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia spiega infatti che questa circostanza può essere compatibile sia con una reale assenza della proteina nel sangue ai momento del prelievo, sia con una possibile degradazione completa dell’analita dovuta al tempo trascorso prima delle analisi.
A chiarirlo è stato anche Carlo Locatelli, direttore del Centro, spiegando che la ricina è una proteina estremamente instabile. “Ai nostri test ripetuti più volte è risultato negativo alla ricina, ma il campione non era stato inizialmente conservato da noi”, ha spiegato, aggiungendo che quando passano mesi dall’ingestione di una sostanza di questo tipo e il campione non viene protetto adeguatamente, le tracce possono scomparire del tutto.
Su questo punto è intervenuto anche l’Istituto Spallanzani di Roma con una nota ufficiale, precisando che i campioni di Giovanni Di Vita erano stati raccolti e conservati secondo protocolli standardizzati: a +4°C per le indagini sierologiche e a -20°C per gli estratti destinati alle analisi molecolari. Una precisazione arrivata dopo le ipotesi circolate su possibili errori nella conservazione dei campioni.
Al momento Gianni Di Vita, così come la figlia Alice, resta parte offesa nel procedimento aperto dalla Procura di Larino per duplice omicidio premeditato contro ignoti. Capire se anche lui sia stato esposto alla ricina rappresenta uno dei passaggi chiave per ricostruire come il veleno sia entrato in quella casa e chi possa averlo somministrato.