Essere tifoso del Torino è qualcosa che ha a che fare con lo sdraiarsi a guardare le stelle, annusandole e mettendosi in viaggio. Tifare il Toro di Mondonico invece è stato un passeggiarci sopra, alle stelle, sfidando la gravità che ci avrebbe voluto rischiacciare sulla terra. Quella squadra, che terminava ogni partita con le maglie diventate stracci come una cartina geografica di tutte le azioni che erano state, era la prova che oltre alle gambe, alla finezza dei piedi, alle sinapsi della tattica, all'elasticità dei tendini e alla durezza dei muscoli esiste un ingrediente a cui non riusciamo a dare una forma a forma di parola che spinge il pallone fottendosene delle leggi della fisica, della chimica e della meccanica muscolare. Avrebbero potuto essere ali di gabbiano allacciate nascoste sotto i parastinchi ma così ha troppo il sapore della smanceria. Forse era uno spinterogeno avvitato appena sotto al cuore ma non era questione di fiato, quel Toro, no, era un'orchestra senza troppo studio che suonava le note in cui non si avventurava nessuno. Forse era la passione per la rivincita, con ogni partita vissuta come l'occasione di farsi restituire l'epica che ci serve per sentirsi vivi, scavalcare i dossi, scrollarsi il buio, credere di potercela fare, sempre, per quello che siamo noi, e fa niente che quelli abbiano la maglia a strisce o no, di un colore qualsiasi. Non c'è mica una parola per quell'ingrediente lì che Mondonico faceva bere ogni domenica come una pozione alla squadra ma di sicuro è qualcosa che c'entra con le stelle.

Dicevano che Mondonico fosse un catenacciaro, giocasse troppo all'italiana, si affidasse troppo a quelle palla lunga e pedalare che disturba tanto il senso estetico di chi ascolta il calcio come un concerto da camera mentre lui invece faceva jazz. Jazz sporco, ebbro, con il gusto di prendere a smanacciate il legno del contrabbasso se serve a non far calare il tempo. Era il Toro di Marchegiani in porta, con la calzamaglia portata lunga e quel portamento dritto come un maggiordomo inglese; era il Toro di Pasquale Bruno che sputava l'erba tra i denti al fischio finale: il Toro di Annoni che calpestava il campo come un savana; la squadra di Policano e quel suo tiro che suonava come una damigiana stappata con un pugno; c'era Fusi in mezzo alla difesa, con quella sua faccia che non ci avrebbe scommesso nessuno che avrebbe potuto essere un calciatore, i polpacci fini e molli di un bancario a cui avevano dato una maglia che avanzava e quella testa che vedeva la geometria dove gli altri non sentivano altro che sudore; era il Toro che si poteva permettere Scifo e Martin Vazquez, a centrocampo, insieme, violinisti in un'orchestra di percussioni, protetti dal resto della squadra che si faceva diga; era il Toro di Gianluigi Lentini che ce l'avevano regalato gli dei di Superga forse per sopportare meglio la malinconia; era il Toro di Casagrande, lì davanti a tutti, Atlante granata a tenersi tutto il campo sulle spalle, che avresti detto che si sarebbe rovesciato, il campo, se fosse stato sostituito.

Mondonico era "lo schema". E ogni volta che guardavi il suo Toro giocare ti veniva un groppo in gola come ti succede quando riesci benissimo in qualcosa e hai paura di non essere capace di ripeterti come se ti avesse aiutato qualcuno di cui non hai il numero di telefono. E non sono le vittorie ad avere scritto la favola di Mondonico. È la sensazione ubriacante di poterle vincere tutte, se solo ci avessero messo il cuore. È la sensazione che quelli, quelli che giocavano, sarebbero svenuti svuotati fino alla prossima partita per tutto quello ci avevano messo in campo. Fino al mito della sedia alzata in quel 1992 in finale di Coppa Uefa contro l'Ajax che ha vinto senza batterci. Quella sedia alzata che solo chi legge il calcio da lontano ha visto come una protesta contro l'arbitraggio vergognoso e i tre pali che s'erano messi di piglio a parare il pallone. Quella sedia alzata è Icaro che si lecca le ali perché è convinto di riuscire ad atterrarci davvero, sul sole. Questo era il Mondo.