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Migranti, Bartolo (Pd): “Gli accordi con dittatori che vogliono solo i soldi dell’Europa sono un abominio”

L’ex medico di Lampedusa è europarlamentare e candidato alle europee con il Partito Democratico nella circoscrizione Isole. E in un’intervista a Fanpage spiega le ragioni per cui è necessario invertire la tendenza sulle migrazioni: “La denatalità e la carenza di alcune figure lavorative sono ormai un dato incontrovertibile. I migranti possono aiutarci con il desiderio di costruire qualcosa nel Paese dove vogliono vivere”
A cura di Pietro Forti
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Le migrazioni sono uno dei temi su cui lo scontro al livello europeo è stato più duro. L'Italia è stato uno dei Paesi in cui si è più parlato degli arrivi da fuori i confini dell'Unione e che più ha chiesto una riforma del sistema che regolava il sistema di ingresso e accoglienza in Europa. Il risultato è stato il nuovo Patto Ue sulle migrazioni, contestato sia da destra sia, soprattutto, da sinistra. Pietro Bartolo ha fatto per quasi trent'anni il medico a Lampedusa, dirigendo il presidio locale ed entrando a contatto con chi arrivava. Oggi è europarlamentare, eletto con il Pd nel 2019, ed è candidato nuovamente nella circoscrizione Isole. Per Bartolo, l'affermazione di alleanze sempre più a destra all'interno del Parlamento europeo è quello che ha portato al nuovo Patto, che considera "pericoloso": "Si va sempre più verso una gestione disumana del fenomeno migratorio, in cui il diritto d’asilo è sempre meno esigibile e la vita delle persone sempre meno importante", spiega a Fanpage.

Onorevole Bartolo, lei è stato eletto europarlamentare nel 2019, prima della pandemia e prima della guerra ai confini dell’Europa. Che legislatura è stata?

È stata una legislatura complessa anche per gli eventi che lei ha citato. Il Parlamento e l’Ue sono stati messi alla prova e hanno dovuto interrogarsi sul futuro, alla luce di quanto stava accadendo: le scelte per contrastare gli effetti della pandemia, la decisione di attivare per la prima volta la direttiva 55/2001 per accogliere i profughi ucraini concedendo loro lo status e i benefici della protezione internazionale, le misure per contenere la crisi energetica. Dall’altra parte si è verificata la necessità di ridefinire in parte la transizione ecologica per venire incontro ad imprese e cittadini dopo la crisi determinata dalla pandemia.  È stata anche una legislatura che ha visto progressivamente cambiare le maggioranze politiche del Consiglio e della Commissione e progressivamente affermarsi le pulsioni più conservatrici e di destra. L’Europa che sogna Giorgia Meloni è ancora più marcatamente orientata a destra. La sua ambizione è realizzare una coalizione con il Ppe. Se ciò accadesse credo che sarebbe la fine dell’Ue così come l’hanno immaginata i padri fondatori. Per questo occorre andare a votare e ponderare bene la scelta.

Prima come medico a Lampedusa e poi come deputato in Europa si è occupato da vicino del tema delle migrazioni. Negli ultimi mesi è stato rivisto il Patto migrazione e asilo, qual è il suo giudizio?

Ho votato a favore del regolamento RAMM (Regolamento sulla gestione della migrazione e asilo) di cui sono stato relatore ombra per il Gruppo S&D perché introduce per la prima volta il principio della solidarietà obbligatoria in un testo legislativo ed è qualcosa di importante. Rispetto al testo approvato in Parlamento le proposte legislative adottate dal Consiglio e dalla Plenaria del Parlamento lo considero estremamente deludente e per certi versi anche pericoloso, perché limita il diritto d’asilo ed introduce meccanismi che ritengo disumani come la rilevazione biometrica anche per i bambini dai 6  anni in su, incoraggia le esternalizzazioni e procedure speciali per la richiesta d’asilo per chi arriva da Paesi considerati sicuri anche se sicuri non sono come ad esempio la Tunisia, da cui le persone continuano a scappare. Il mio giudizio è molto critico. Dico che dovremo vigilare sull’applicazione di questo Patto che dà supporto normativo ad azioni oggi ritenute illegali perché contrarie ai trattati internazionali.

Con il nuovo patto, come cambia il ruolo l’agenzia europea Frontex? Attualmente conta 10mila agenti, il Partito popolare europeo vuole addirittura triplicarli.

Il coinvolgimento sempre più profondo di Frontex nelle politiche migratorie europee ha trovato spazio nei diversi atti legislativi del nuovo patto migrazione e asilo varato dal Parlamento europeo e dal Consiglio in questa fine di legislatura. L’Agenzia sarà chiamata a supportare gli Stati membri sul tema dei rimpatri dei migranti irregolari verso i Paesi di origine diventando così il braccio operativo di tutta la politica di rimpatrio dell’Ue. Un altro aspetto su cui il ruolo di Frontex sarà, purtroppo, effettivo riguarda i rapporti con i Paesi terzi, e questo naturalmente nell’ottica di potenziare le politiche di esternalizzazione del fenomeno migratorio verso i paesi terzi. Il numero di agenti è già stato aumentato nel tempo. Triplicarne il numero mi sembra eccessivo, fuori luogo e, sinceramente, non ne vedo il motivo. Non dobbiamo difendere le frontiere europee, non siamo in guerra.

Tra pochi giorni sarà passato un anno dal terribile naufragio al largo di Pylos, in Grecia, dove persero la vita più di seicento persone. Serve una nuova missione di soccorso europea per evitare queste tragedie, secondo lei?

Nelle scorse ore a Lampedusa è sbarcato il cadavere di un neonato. Era con la mamma e con il fratellino, aveva sei mesi, erano originari della Guinea Conakry. Quando la nave Humanity 1 è intervenuta per salvarli il piccolo era già morto. Non possiamo assuefarci a storie così che si ripetono senza soluzione di continuità. Per questo resto convinto che una missione di soccorso europea continua a essere necessaria. Non possiamo fare finta di non vedere cosa accade. Allo stesso tempo è necessario fare in modo che queste persone possano arrivare in Europa attraverso vie legali, bisogna impegnarsi anche su questo fronte. L’accoglienza dei profughi ucraini ci dice che si può fare e senza particolari traumi. E poi serve anche cambiare prospettiva sul futuro e guardare con occhi nuovi ai processi in corso. La denatalità e la carenza di alcune figure lavorative in Europa denunciata dagli imprenditori sono ormai un dato incontrovertibile. I migranti possono aiutarci con la forza della loro speranza e il desiderio di farcela, di costruire qualcosa nel Paese che hanno scelto per la propria vita, così come nei primi del Novecento hanno fatto tanti italiani in America, o in tanti altri Paesi europei. Per tornare alla sua domanda: come delegazione dei socialdemocratici siamo riusciti a fare approvare una risoluzione che chiede l’istituzione di una missione di soccorso europea. Portare Commissione e Consiglio su questa linea non sarà facile ma sarà un impegno che intendo portare avanti anche nella nuova legislatura qualora fossi rieletto.

Nel dibattito di qualche giorno fa Ursula von der Leyen ha parlato della gestione dei flussi migratori. Si sta andando sempre più verso una gestione basata sull'esternalizzazione delle frontiere? Quali sono i rischi di questo approccio, a suo avviso?

Il rischio concreto è lo smantellamento delle politiche di accoglienza e delle buone pratiche esistenti nelle politiche migratorie costruite negli anni, molte proprio dall’Italia, e che rispondono ad una visione di solidarietà e rispetto dei diritti umani, all’humus dell’Unione europea. Quello che vedo è che si va sempre più verso una gestione disumana del fenomeno migratorio in cui il diritto d’asilo è sempre meno esigibile, la vita delle persone sempre meno importante. Uomini, donne, giovani, famiglie si trovano sempre più facilmente rinchiuse nei Cpr anziché in centri di accoglienza. Se provengono da Paesi considerati sicuri, scatta l’esame accelerato della richiesta d’asilo che non entra nel merito delle storie personali. Le esternalizzazioni delle frontiere sono poi un abominio, soprattutto quando gli accordi vengono fatti con Paesi retti da autocrazie o da dittatori che non hanno alcun rispetto dei diritti umani e ai quali l’unica cosa che interessa è incassare i soldi dell’Europa.

L’Albania è candidata a entrare nell’Unione. Che risvolti potrebbe avere l’accordo che l’Italia sta stringendo con il governo albanese sui centri per il rimpatrio?

Costruire un Cpr in Albania a spese dell’Italia con personale italiano mi pare una scelta incomprensibile. Mi chiedo: qual è lo scopo? Dire che in Italia non si entra, ribadirlo con maggiore enfasi dopo aver ingaggiato la guerra alle Ong, assegnato porti sempre più lontani, fatto accordi con i dittatori per trattenere i migranti o riportarli indietro… Forse serve a dire: se anche ce la fate ad aspettarvi c’è un Cpr fuori da questo Paese e poi l’espulsione.

I programmi di alcuni partiti sono molto aggressivi sul tema delle migrazioni. Quali sono le proposte, invece, del Partito Democratico? 

Chi entra in Italia entra in Europa e la sfida migratoria necessita di risposte europee condivise. Il Patto sulla migrazione che è stato approvato ha molti aspetti carenti e pericolosi, come dicevo, il nostro invito è a sorvegliare sul modo in cui sarà applicato. E soprattutto vigilare affinché la solidarietà sia effettiva e i beneficiari di protezione internazionale vengano davvero ripartiti tra gli Stati membri secondo il principio di solidarietà. Crediamo che servano vie d’accesso legali e sicure e che questo sia lo strumento più incisivo per contrastare i trafficanti. Dell’esigenza di una Mare nostrum europea abbiamo già parlato, ma tra i punti più qualificanti c’è anche il progetto di attivare insieme a sindaci e amministrazioni comunali un grande piano di accoglienza diffusa, ricalcando buone pratiche già sperimentate e rivitalizzando anche tante comunità sempre più povere economicamente e socialmente. Credo che sia necessario fare un lavoro coordinato tra i parlamenti dei vari livelli istituzionali e territoriali e il Parlamento Europeo. Serve una mobilitazione corale che coinvolga anche tutto il mondo associativo e le Ong.

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