Lula, un paesino di poche decine di migliaia di abitanti nel Nuorese. È lì che una notte di novembre del 2003 va in scena un delitto che ancora oggi non ha colpevoli. Luisa Manfredi, quattordici anni, studentessa, si prepara a uscire per andare a ballare le danze tradizionali della sua terra, ma prima di andare, vuole stendere il bucato appena fatto. Spalanca la finestra che dà sul balcone, fa entrare la brezza leggera e pungente di novembre, e non si accorge di quella canna di fucile puntata contro di lei. Cade sul pavimento del terrazzo, priva di sensi, colpita da una scarica di pallettoni. Non riprenderà mai più conoscenza e morirà l'indomani. Un'esecuzione, fredda, cecchina e rapida. Solo che il bersaglio non era la piccola Luisa, ma verosimilmente, sua madre Laura, moglie di Matteo Boe, bandito sardo all'epoca in carcere per il sequestro del piccolo Farouk Kassam (all'epoca sette anni), a cui tagliò un orecchio.

Laura è un vittima innocente, ma a Lula nessuno ha organizzato fiaccolate e veglie di preghiera lei. La popolazione, scossa e turbata, non ha avuto il coraggio di prendere una posizione. La paura del sottobosco criminale che intorno a Boe, o meglio, dietro le sue spalle, si agitava, impedisce ai cittadini di fornire anche la benché minima testimonianza. Mentre il paese piange in silenzio Luisa, la Procura fa il suo lavoro. Due sono le ipotesi in campo: il delitto passionale e quello ‘politico'. Si persegue la prima con grande determinazione, portando a processo un giovane di Lula che avrebbe avuto un flirt con la ragazzina, arrivando all'assoluzione in Cassazione, per non aver commesso il fatto.

Si esplora l'altro scenario. Troppo ingombrante per non approfondire è la figura del padre, quel Matteo Boe bandito di Barbagia, unico detenuto a evadere dal carcere di massima sicurezza dell'Isola dell'Asinara e condannato nel 1996 a 20 anni per il sequestro di Farouk Kassam. Forse un vecchio conto in sospeso, forse una vendetta aveano mosso la mano del cecchino contro la figlia primogenita. O forse non era l'unico genitore ingombrante con una sfilza di nemici. Laura Manfredi, mamma di Luisa, non era solo la compagna dell'ex criminale barbaricino, ma un personaggio di estrema sinistra, politicamente inviso nella Lula del 2003, quella che dopo dieci anni di commissariamento aveva eletto una sindaca di Forza Italia.

Da quegli ambienti sembra che fossero arrivati minacce, violenze e veleni all'indirizzo della Manfredi. È in questo contesto che la magistratura decide di indagare, presumendo la scambio di persona tra Luisa e sua madre, Laura, vero obiettivo del killer. Sotto indagine viene messo l'assessore al Turismo della giunta guidata da Maddalena Calia, Giampiero Cicconi, con l'ipotesi di omicidio volontario. Anche questo scenario si rivela inconsistente e il caso viene archiviato per essere riaperto, nel 2009, per eseguire nuovi accertamenti sul bossolo da cui partì la fucilata. Per l'ennesima volta un buco nell'acqua.

Laura Manfredi ha voluto far trasferire la salma di Luisa nel cimitero di Castelvetro di Modena, per protesta contro l'omertà dei suoi concittadini. Nel 2012 si è sposata con un uomo allora detenuto in carcere. Il 6 giugno 2017, dopo 25 anni di carcere, l'ex compagno Matteo Boe è stato scarcerato. Nessuno ha mai scoperto chi ci fosse dietro il fucile che ha sparato a Luisa.