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28 Marzo 2021
15:52

La ‘ndrangheta contro don Giacomo Panizza: tagliate le gomme delle auto per 8 giorni di fila

Ancora una volta, la Comunità Progetto Sud, guidata dal presidente Don Giacomo Panizza, è stata oggetto di intimidazioni da parte della ‘ndrangheta. E questa volta a farne le spese sono stati i dipendenti dell’associazione di Lamezia Terme. Infatti, quattro dipendenti hanno subito il taglio delle gomme delle loro automobili. A questi gesti, però, la Comunità ha risposto con il lavoro.
A cura di Pasquale Zumbo
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«Hanno preso di mira prima due donne e poi due uomini». È così che Don Giacomo Panizza, Presidente di Comunità Progetto Sud, racconta quanto accaduto nei giorni scorsi, ovvero l’ennesima intimidazione diretta all’associazione di Lamezia Terme. Per 8 giorni consecutivi, infatti, quattro operatori della casa “Pensieri & Parole”, la cui sede è ubicata all’interno di un edificio confiscato al clan dei Torcasio, hanno trovato le gomme delle loro automobili squarciate.

«Naturalmente è un modo per dire “via di qua, non lavorate qui perché è una casa confiscata” – prosegue don Panizza -. Il punto qual è? Che questa volta hanno spostato l’obiettivo: invece di prendersela col presidente o con i nostri beni, i nostri terreni, con le serre, con le automobili o i pullmini dell'associazione, questa volta hanno puntato le persone e questo è brutto. Per i nostri operatori – dice ancora – non è facile lavorare dopo questi eventi, soprattutto perché in famiglia è più difficile far superare certi shock».

Negli anni, infatti, Comunità Progetto Sud ha subito numerosi attentati, tanti gesti intimidatori: dalla bomba esplosa all’esterno del centro fino ai colpi di pistola contro le saracinesche, oltre alle numerose minacce subite dallo stesso Don Panizza che lo hanno costretto a vivere sotto scorta. Questa, però, è la prima volta che i dipendenti diventano oggetto delle intimidazioni.

Il palazzo della casa “Pensieri e parole” sorge in uno dei quartieri più complicati di Lamezia Terme e, all’interno, si affaccia su edifici ancora di proprietà del clan Torcasio. Una situazione non semplice.

Dentro l’edificio che domina tutto il quartiere (e non è un dettaglio da poco…), l’associazione ha attivato diversi servizi: il “Dopo di noi”, dedicato alle persone con disabilità che non hanno più nessuno al mondo che possa prendersi cura di loro; il centro accoglienza dei minori stranieri che vengono seguiti e accompagnati in un percorso di crescita e inserimento nella società, anche lavorativo; la sede di una filiale Banca Etica; l’ufficio tutela dei diritti; la sede della cooperativa di donne “Le agricole”.

«Cosa dia fastidio delle nostre attività? Non saprei dirlo – aggiunge il presidente di Comunità Progetto Sud -, ma noi le portiamo avanti e al di fuori diciamo che i mafiosi la devono smettere».

Abbiamo visitato la casa accoglienza, salutato le ospiti e scoperto che per donare loro un sorriso basta anche dire il segno zodiacale giusto. Siamo stati poi ricevuti nella Comunità alloggio “Luna Rossa” dove i giovani migranti crescono in un ambiente ideale, fatto di collaborazione e condivisione. Per qualcuno però, utilizzare l’edificio, quotidianamente “piantonato”, è un affronto e sta cercando di minare la tranquillità di chi lavora per donare serenità agli altri.

«Non siamo tranquilli, bisogna essere onesti e fare i conti con i propri stati d’animo – spiega una delle dipendenti oggetto di intimidazioni -. Avremmo potuto scegliere la risposta più semplice, ovvero quella di mollare tutto, ma il messaggio da lanciare è che questo non è il palazzo di Tizio o Caio, ma il palazzo “Pensieri e parole”». Prende un momento fiato e poi prosegue. «Non saremo mai preparati a subire attacchi, ma non possiamo entrare nella casa con paura o sgomento – prosegue -. Questi 8 giorni di continue intimidazioni hanno dei precedenti. Da anni, queste situazioni si ripetono ciclicamente, anche se era un po’ di tempo che non accadeva nulla, è stata una sorpresa». Gli operatori, nonostante tutto non mollano. «Noi proseguiamo il nostro lavoro – afferma ancora la dipendente di Comunità Progetto Sud -, è la nostra risposta. Certo, lo Stato dovrebbe rivedere le leggi in materia di beni confiscati». Qui il tono diventa più polemico. «Non si può assegnare un bene per poi lasciare da sole associazioni o anche singoli cittadini – conclude -, lo Stato deve prevedere dei processi di serio accompagnamento».

A spiegare la forza del gruppo di lavoro di Comunità Progetto Sud è il racconto di una telefonata ricevuta da don Giacomo Panizza. «Poco fa mi ha chiamato una persona che, in questi giorni, per due volte ha visto la propria auto sabotata e, nonostante tutto, mi ha detto: “Noi dobbiamo continuare così perché è la nostra vita”. E sa perché una persona di Lamezia dice questo? Perché è consapevole che se ai mafiosi concedi una vittoria – conclude – non è finita lì».

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