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27 Agosto 2019
11:53

Gli omicidi dei bambini di Atlanta: la storia del serial killer Wayne Williams

Tra il 1979 e il 1981, 28 ragazzini tra i 9 e i 17 anni furono rapiti e uccisi dai quartieri neri di Altanta, Georgia. Per la comunità afroamericana responsabile della mattanza era il Ku Kluks klan, il gruppo di suprematisti bianchi che inneggiava alla guerra razziale, ma l’FBI concluse l’indagine con l’arresto di Wayne Williams, sedicente produttore discografico che attirava ragazzini con la promessa di farne i nuovi Mickeal Jackson.
A cura di Angela Marino
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Il principio della storia degli omicidi di Atlanta ha un nome e un cognome: Eward Smith. La faccia di Edward, per gli amici ‘Teddy’, 14 anni e una vaga somiglianza con il Micheal Jackson dei ‘Jackson five', compare per la prima volta ai notiziari locali nel luglio 1979. Nella scritta orizzontale sotto la sua faccia si legge la parola ‘Missing’. Teddy è scomparso da una pista di pattinaggio nei sobborghi di Atlanta il 21 luglio, ma per la polizia non è il caso di allarmarsi inutilmente. Bisogna aspettare. Che torni a casa, che mandi una lettera, che qualcuno chiami per chiedere il riscatto. Il 28 luglio il corpo di un ragazzino dalla pelle nera viene ritrovato da un’anziana in cerca di lattine in un bosco sulla Niskey Lake Road, con un proiettile conficcato in testa. Viene identificato come Edward Hope Smith, detto Teddy.

L'inizio della strage dei bambini di Atlanta

La comunità afroamericana di Atlanta punta con il dito contro i fanatici del KKK: il Ku Klux Klan, il gruppo di suprematisti bianchi che inneggia alla guerra razziale. E mentre la nausea per l’omicidio del piccolo Smith avvolge la città, tre giorni dopo, un altro ragazzo scompare: è Alfred Evans, 13 anni, trovato morto poco dopo la scomparsa, anche lui ammazzato. Seguono gli omicidi di Milton Harvey, 14 anni e Yusef Bell, la più giovane delle vittime, 9 anni. Yusuf, un ragazzino di origini modeste, come tutti gli altri, è stato visto l'ultima volta salire su un'auto di colore blu, all'incrocio tra McDaniel e Fulton. L'assassino, dunque, ha carpito la sua fiducia inducendolo a salire in auto con lui.

La lotta di Camille Bell, la madre di Yusuf Bell

È proprio Camille, la madre del piccolo, a intuire che potrebbe essere la stessa persona che ha commesso gli altri delitti. Bell, una donna senza grandi mezzi, ma animata da una ferrea volontà, intuisce per prima e prima ancora della polizia, che quegli omicidi non sono né casuali né scollegati, che per le strade gira un accalappiatore di bambini assetato di sangue.Insieme alle altri madri delle vittime, allora, fonda un presidio fisso di raccolta informazioni per contribuire a indagare sui casi e tenere viva l'attenzione della gente. Intanto la polizia ha istituito una task force e il Governo ha deciso di mandare in Georgia alcuni degli agenti migliori dell'FBI. Ai quattro omicidi iniziali, nel nuovo anno, il 1980, infatti, se ne sono aggiunti altri 13, tra cui quello di una ragazzina, Angel Lenair, strangolata e legata a un albero con un paio di slip conficcati in gola, post mortem. L'unica vittima di sesso femminile in una lunga teoria di corpi maschili. Una preda anomala perché al mostro di Atlanta, come hanno preso a chiamarlo i giornali, piacciono maschi ragazzini tra i 9 e i 14 anni.

La pista del Ku Klux Klan

Il killer, dunque, è quello che si dice un efebofilo, un omosessuale attratto dagli adolescenti. A dirlo è John Douglas, il giovane profiler che studia i serial killer mandato dall'FBI per stilare un profilo del killer che per Douglas è un uomo tra i venti e i trent'anni, di media intelligenza e della pelle nera. Un ritratto non condiviso da alcuni dirigenti della polizia che da tempo spendono le loro energie sulla pista del Ku Klux Klan. Con dei risultati, per altro. Charles Sanders, uno dei cappucci bianchi aveva ammesso di aver minacciato di strozzare il piccolo Lubie Geter dopo che il ragazzo gli aveva graffiato l'auto con il Go-cart. E Lubie Geter era stato trovato strangolato, ma l'accusa contro Sanders, forte di aver superato la prova della macchina della verità, non aveva retto. Nondimeno per alcuni la pista restava la più attendibile.

Chi è il Mostro di Atlanta

Nel 1981 le vittime erano arrivate a 25. Gli ultimi corpi erano stati abbandonati dal killer nelle acque del fiume Chattahoochee. Così, con le risorse per le indagini ormai ridotte all'osso, la task force aveva deciso di piazzare poliziotti di pattuglia lungo gli argini del fiume e vicino al ponte. Gli appostamenti erano andati avanti inutilmente per settimane, poi, la notte del 23 maggio alle 3, l'agente Robert Cambell aveva sentito un tonfo fortissimo, come quello di un corpo pesante che precipita in acqua dal ponte. Poco più in là gli agenti avevano fermato alla guida della sua auto un uomo identificato come Wayne Williams, 23enne cittadino afroamericano di Atlanta. Wayne, che si era presentato come un produttore discografico in cerca di talenti, non aveva saputo dare una spiegazione per la sua presenza, a quell'ora, nei pressi del fiume dove, dopo due giorni, sarebbe stato ritrovato il cadavere di Nathaniel Carter (27 anni).

La storia di Wayne Williams

Classe 1958, figlio di Homer e Faye Williams, insegnanti in pensione, Wayne era cresciuto come figlio unico a Dixie Hills, un rispettabile sobborgo nero nel sud-ovest di Atlanta. Per gli insegnanti era uno studente ‘ideale', per i compagni di classe un ‘genio' con grandi capacità nelle materie scientifiche. A 13 anni aveva creato ‘Wraz' una stazione radio che trasmetteva dal seminterrato di casa dei suoi, ma quella stessa radio aveva poi dovuto chiudere più avanti. A 18 anni la sua passione per il giornalismo lo aveva portato a intraprendere una carriera di fotoreporter delle scene del crimine. Williams intercettava le radio della polizia e spesso bruciava sul tempo gli altri reporter, arrivando per primo sulla scena. Una volta si prese addirittura una denuncia per aver dribblato le altre auto usando un lampeggiante delle forze dell'ordine. Dissero che voleva fingersi un poliziotto, ma la denuncia fu derubricata al solo utilizzo abusivo del lampeggiante. Il suo carattere sicuro e la sua intelligenza avevano convinto tutti che sarebbe andato lontano, tanto che amici e conoscenti facevano a gara a indovinare cosa sarebbe diventato. Williams li beffò tutti, non diventò nessuno, restò a casa dei suoi a proseguire la carriera di ‘discografico'. Convinse gli anziani genitori a investire i loro risparmi nel suo progetto, ma li mandò in bancarotta.

Il profilo del serial killer scritto da John Douglas

Per L'FBI corrispondeva al profilo. Era un uomo nero, di giovane età che poteva guadagnarsi la fiducia dei ragazzini attirandoli con la promessa di una carriera nella musica, proprio come era stato per Mickeal Jackson. Secondo l'agente John Douglas, le uccisioni di bambini ad Atlanta erano iniziate "quando lo stress per i propri fallimenti nella vita di Wayne Williams era diventato insopportabile". Wayne Williams per lui era "un giovane arrabbiato in cerca di potere, che indossava una maschera per coprire le sue inadeguatezze personali". Gli omicidi seriali di Atlanta erano stati "il suo primo successo" e questo gli aveva "fornito un senso di potere".

Il mostro di Atlanta oggi

Nonostante fosse ormai identificato come il Mostro di Atlanta, Williams fu processato per due soli omicidi, quello di Nathaniel Carter (27 anni) e Jimmy Ray Payne (21), gli unici due adulti nelle 29 vittime del mostro. Contro di lui, al processo, l'accusa si concentrò sulla compatibilità di alcune fibre e peli trovati sui cadaveri, rispettivamente con le fibre della moquette nella casa di Williams e con i peli del cane Sheeba, l'animale domestico dei Williams. Sebbene la comunità nera di Atlanta fosse dalla parte dell'imputato, ritenuto da molti un capro espiatorio scelto tra i neri per coprire i bianchi, nel 1982 Wlliams fu condannato all'ergastolo, che sconta ancora oggi, all'età di 61 anni, per gli omicidi Carter e Payne. Tutti gli altri casi vennero chiusi.

Riaperto il caso degli omicidi di Atlanta

Dall'arresto di Williams gli omicidi di Atlanta si interruppero, eppure molti restano ancora oggi convinti che alcuni delitti fossero opera del Ku Klux Klan. Nel marzo 2019, la polizia di Atlanta, su ordine del sindaco Keisha Lance Bottoms, ha riaperto i casi nella speranza che le nuove tecnologie portino a una condanna per i casi (quasi tutti) rimasti irrisolti. Nonostante i dubbi accumulati negli ultimi 30 anni, lo scopo dell'indagine non sarà quello di scagionare Williams, ma di dissipare ogni dubbio circa le indagini dell'epoca. Nel 2007, peraltro l'analisi di alcuni capelli trovati sul corpo di Patrick Baltazar, una delle vittime, aveva rilevato una corrispondenza che ‘non permetteva di escludere Williams'.  A tre decenni dagli omicidi, non è mai stato chiarito quale fosse il movente che spinse l'assassino a rapire e uccidere quasi 28 giovani vittime con modus operandi diversi.

La vicenda degli omicidi di Atlanta è al centro di ‘Atlanta Monster', il podcast di Payne Lindsey pubblicato nel 2018 e della serie Netflix, Mindhunter, basata sull'omonimo libro scritto dall'ex profiler dell'FBI John Douglas.

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