La mamma di Emanuele Ragnedda denuncia il marito: “In famiglia sapevano. Cinzia Pinna è stata la mia stella”
"Per anni ho cercato aiuto e nessuno mi ha ascoltato. La morte di Cinzia Pinna ha cambiato profondamente la mia vita e mi ha dato il coraggio di denunciare. Credo che mio figlio Emanuele abbia scelto la violenza, ha un cervello pensante. Non l'ha mai ripudiata ". A parlare a Fanpage.it è Nicolina Giagheddu, madre dell'uomo che, nel settembre di un anno fa, uccise a colpi di arma da fuoco Cinzia Pinna. La donna ha denunciato l'ex marito, Mario Ragnedda, per i maltrattamenti subiti durante il matrimonio. Abusi durati 30 anni, come racconta Giagheddu nella denuncia. L'uomo è oggi indagato.
In un'intervista a Fanpage.it, la donna ha ripercorso gli anni trascorsi nella casa coniugale nell'Alta Gallura, in Sardegna, dove si trova anche la tenuta vinicola di Conca Entosa. Giagheddu ha inoltre spiegato di non avere più contatti con il figlio, in carcere dopo la confessione del femminicidio di Cinzia Pinna. Secondo la donna, infatti, Emanuele Ragnedda non avrebbe detto tutta la verità, proteggendo presunti complici che lo avrebbero aiutato a insabbiare il tutto.
Per anni, come ha dichiarato anche nella sua denuncia, ha subito maltrattamenti fisici, psicologici ed economici. Minacce con un'arma da fuoco, tenuta sempre in bella vista sul pouf del salotto, botte sulla testa e perfino un tentativo di ucciderla gettandola dal balcone. La morte di Cinzia Pinna, poi, l'ha spinta a denunciare.
Dopo la denuncia nei confronti del suo ex marito ha finalmente cambiato abitazione e iniziato un nuovo capitolo della sua vita. Come sta?
Purtroppo aver cambiato casa non rappresenta, almeno per il momento, l'inizio di una nuova vita.
Ha mai parlato con altri familiari delle violenze subite in casa? C'era qualcun altro che sapeva quello che stava passando?
Certo, ci ho provato. Ci sono diverse persone che sanno, ma alle mie richieste hanno sempre risposto che "dovevamo volerci bene". Sono giunta alla conclusione che a nessuno sia importato.
Crede che in qualche modo quanto visto tra le mura domestiche possa aver influito su suo figlio, Emanuele Ragnedda?
Penso che Emanuele avesse un cervello pensante. Ha scelto la violenza, non l'ha mai ripudiata.
Tornando alla notte del femminicidio di Cinzia Pinna, lei è convinta che Emanuele abbia avuto un complice che lo ha aiutato a insabbiare il delitto.
Sono convinta che ci fossero più persone, questo chiaramente non attenua le responsabilità di mio figlio. Vorrei la verità su quello che è successo e che chiunque vi fosse paghi per quanto successo, qualunque sia il ruolo avuto.
Alla luce di quanto purtroppo le succedeva tutti i giorni, ha mai visto in Emanuele segnali allarmanti che le hanno fatto temere che potesse essere violento?
Non lo era mai con gli altri, almeno per quello che potevo vedere. Salvaguardava le apparenze. Se la prendeva con me, però.
In queste settimane dopo aver sporto denuncia, ha avuto paura? Ha pensato di lasciare la Sardegna?
Sì certo, ma non lascerò la Sardegna. Il mio viaggio continua qui. Ci saranno altre donne in altre città d'Italia a continuare quello che sto cercando di costruire.
C'è qualcosa che si augura per il suo futuro oggi? Qualcosa che le piacerebbe fare.
Mi auguro un futuro. Voglio dare speranza a chi l'ha persa, essere la mano amica che ti aiuta a rialzarti. Per 30 anni non ho avuto nessuno, poi è arrivata Cinzia. È stata lei la stella della mia notte buia.