Cinzia Pinna, un anno dopo Ragnedda scrive dal carcere: “Mi sono difeso da un’aggressione violenta”
"Mi sono trovato nella peggiore delle condizioni umane, quella di dovermi difendere da una aggressione violenta, immotivata ed ingestibile". A un anno dalla morte di Cinzia Pinna, Emanuele Ragnedda torna a parlare dal carcere. L'imprenditore del vino di Arzachena, 42 anni, è detenuto a Sassari dal 24 settembre 2025, quando confessò l'omicidio della 33enne di Castelsardo e accompagnò gli investigatori nel luogo della tenuta di famiglia Conca Entosa, tra Palau e Arzachena, dove aveva nascosto il corpo. In una lettera riportata da La Nuova Sardegna, Ragnedda ribadisce la versione fornita fin dall'inizio: avrebbe sparato a Cinzia Pinna per difendersi da un'aggressione e sostiene che la morte della donna sia stata una conseguenza "tanto tragica quanto involontaria".
La lettera di Emanuele Ragnedda dal carcere
"Dopo mesi di sofferenza e riflessione, interrompo il silenzio mediatico per invitare al rispetto, alla prudenza e al garantismo che questa tragedia merita", scrive Ragnedda. Nella lettera parla di una vicenda che ha "travolto e sconvolto le vite di due esseri umani" e delle rispettive famiglie e accusa i media di aver costruito, a suo dire, una ricostruzione basata su "informazioni parziali, sommarie e spesso del tutto false". "Una narrativa che ha portato al deterioramento di legami affettivi, familiari e sociali, nella quale fin troppo è stato dato per scontato", sostiene.
L'imprenditore spiega di aver scelto per mesi di non intervenire pubblicamente per rispetto del dolore provocato dalla morte della giovane. Ora, però, dice di sentire "il dovere di ribadire ciò che ho vissuto". E torna quindi sulla notte in cui Cinzia Pinna è morta: "Mi sono trovato nella peggiore delle condizioni umane, quella di dovermi difendere da una aggressione violenta, immotivata ed ingestibile. Una reazione imposta dall'istinto di sopravvivenza che ha avuto, purtroppo, un esito tanto tragico quanto involontario".
È una ricostruzione che Ragnedda dovrà sostenere nel processo, ma che viene contestata dalla Procura di Tempio. Secondo l'accusa, infatti, l'aggressione raccontata dall'imprenditore non sarebbe mai avvenuta e sarebbe stata invece un pretesto per esercitare violenza e sopraffazione nei confronti della donna. La Procura sostiene che Ragnedda avrebbe approfittato delle condizioni di debolezza in cui si trovava Cinzia Pinna, che non conosceva, quando l'avrebbe incontrata intorno alle 4 del mattino, mentre barcollava per strada. L'uomo l'avrebbe fatta salire in macchina e con lei avrebbe raggiunto la tenuta di Conca Entosa.
È lì che, secondo la ricostruzione accusatoria, la donna sarebbe stata uccisa. Ragnedda le avrebbe sparato tre colpi di pistola al volto a distanza ravvicinata mentre Cinzia si trovava seduta sul divano. Dopo l'omicidio, sempre secondo l'accusa, avrebbe trasportato il corpo in una zona distante della proprietà, lo avrebbe nascosto ai piedi di un albero e ricoperto con vegetazione e rovi. Il cadavere sarebbe rimasto lì per dodici giorni.
"Un gesto disperato compiuto in circostanze ingestibili"
Ragnedda ricorda nella sua lettera anche quel periodo trascorso prima della confessione. Dice di aver affrontato i giorni successivi "in uno stato di incredulità e angoscia", fino a trovare la forza di raccontare quanto accaduto alle autorità e affidarsi alla giustizia. "Mi sono assunto la responsabilità di un gesto disperato compiuto in circostanze ingestibili", scrive. E riconosce che il tempo trascorso prima della confessione ha aumentato la sofferenza della famiglia della vittima: "Mi sono reso conto, a posteriori, che quei dodici giorni tra il fatto e la sua confessione hanno aggiunto ulteriore angoscia e dolore ai familiari di Cinzia e di questo oggi chiedo perdono".
Il 24 settembre 2025, infatti, Ragnedda confessò l'omicidio e portò gli investigatori nel punto della tenuta in cui aveva nascosto il corpo. Cinzia Pinna venne trovata scalza e seminuda, con indosso soltanto una canotta e il reggiseno, mentre i pantaloni erano appoggiati sul corpo. Da allora l'imprenditore è rimasto in carcere e si prepara ad affrontare il processo in Corte d'Assise a Sassari, che inizierà il 10 novembre. I familiari della 33enne si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Antonella e Nino Cuccureddu.
Nella lettera Ragnedda non cambia dunque la propria linea difensiva e guarda già al processo. "Mi preparo ad affrontare le fasi processuali con totale fiducia negli elementi che aiuteranno a dimostrare che sono stato aggredito, che mi sono difeso e che, purtroppo, questa tragedia si sarebbe potuta e dovuta evitare", afferma. Poi aggiunge: "La gratitudine di essere ancora vivo è superata dal dolore immenso per quello che è successo". Il pensiero, conclude, va "a Cinzia, alla sua famiglia e alla mia, con le quali condivido dolore e consapevolezza".
La madre di Ragnedda denuncia il marito
Intanto, a un anno dalla morte della giovane, anche la famiglia di Ragnedda è attraversata da una vicenda giudiziaria. La madre dell'imprenditore, Nicolina Giagheddu, ha presentato alla Procura di Tempio una denuncia contro il marito Mario Ragnedda, accusandolo di averla maltrattata per trent'anni. "Sono stata picchiata per trent'anni, lui mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte. Da anni vivo nel terrore", ha raccontato la donna a Repubblica. "Per questo chiedo un'indagine su Mario Ragnedda, altrimenti sarò la prossima Cinzia Pinna".
Accuse che l'uomo, attraverso i suoi avvocati Gabriele Satta e Luca Montella, ha respinto definendole "destituite di qualsiasi fondamento e gravemente lesive" della propria onorabilità. Per i legali, Mario Ragnedda è "un uomo mite che ha dedicato l'intera vita, il proprio lavoro e innumerevoli sacrifici alla propria famiglia, alla moglie e al figlio Emanuele".
La denuncia della donna, assistita dalle avvocate Angela Corda e Rosalia Deiana, è contenuta in 21 pagine alle quali sono stati allegati video e registrazioni audio. Giagheddu racconta di aver lasciato la casa coniugale il 7 ottobre 2025 e di aver interrotto ogni rapporto con il marito a novembre. "Ma lui continua a perseguitarmi. Lo trovo appostato sotto la mia nuova residenza o davanti ai ristoranti che frequento", sostiene.
La donna ha inoltre raccontato di non voler più avere contatti con il figlio Emanuele, che aveva ripudiato dopo il suo arresto. E annuncia di voler vendere la tenuta di Conca Entosa per destinare il ricavato alla famiglia di Cinzia Pinna: "Presto venderò ConcaEntosa e risarcirò la famiglia di Cinzia Pinna. So bene che i miei soldi non riporteranno indietro le lancette del tempo ma sento di doverlo fare".