
Ucciso per un rimprovero. Massacrato di botte davanti agli occhi del figlio di 11 anni e della compagna da un gruppo di ragazzi. Così è morto Giacomo Bongiorni, aggredito a morte dopo aver gentilmente invitato un gruppo di giovani a non lanciare delle bottiglie di vetro contro una vetrina in piazza Palma a Massa, con il rischio che i passanti potessero farsi del male.
Per aver fatto ciò che un adulto dovrebbe fare: definire regole, dare riferimenti comportamentali. Accerchiato, aggredito e pestato fino a “quando si sono resi conti che l’avevano ammazzato”, ha raccontato la compagna. Un gruppo di ragazzi, alcuni dei quali identificati e fermati: due maggiorenni e tre minorenni.
La Procura che indaga sta cercando di comprendere le ragioni che hanno portato all’omicidio.Al momento l’accaduto sembra essere stato scatenato da qualcosa che è successo in quel frangente, non da motivi o conoscenze pregresse. Una violenza inaudita, agita in modo apparentemente impulsivo da un gruppo di giovani.
Ragazzi, ragazzini. Ma come è possibile? Una vicenda inquietante, impensabile che impone una riflessione su (almeno) due elementi che sembrano essere stati determinanti.
I nostri ragazzi, anche quelli più giovani, stanno facendo propria una narrazione della violenza che noi adulti abbiamo strutturato e che continuiamo a veicolare anche inconsapevolmente. Una narrazione che hanno acquisito e fatta propria, che non ne condiziona più solo le azioni, ma anche il pensiero, i significati e i valori.
Laddove in ogni caso le generalizzazioni sono sempre sbagliate e fuorvianti, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, come adulti, educatori, promotori di uno stile comunitario fondato sulla competizione, sulla prevaricazione e, inevitabilmente, sulla violenza.
Una violenza che ha accezione positiva, perché serve ad emergere, a farsi rispettare, ad ottenere rispetto e potere. E che pertanto viene legittimata. L’altro elemento è il contesto di gruppo o meglio, il branco. In queste dinamiche il branco funge come amplificatore, ma non solo.
Se in fase adolescenziale il contesto gruppale svolge un ruolo fondamentale in termini di differenziazione e di crescita individuale, consentendo il distacco sano dalla famiglia di origine attraverso il riconoscimento nel contesto di gruppo, nella condivisione dei valori che promuove e sostenendo la crescita dei suoi membri, anche attraverso il confronto, il branco può svolgere anche l’azione inversa.
In assenza di validi riferimenti educatìvi e normativi, il branco risponde al bisogno (fisiologico in quella fase della vita) di appartenenza. Un’appartenenza che spesso si fonda sul reciproco riconoscimento di vissuti difficili, di vuoti da colmare, di bisogni inespressi e pertanto rimasti tali. Nel branco l’appartenenza diventa omologazione.
Il singolo non è più tale, è parte del gruppo e questo spesso restituisce un senso di sicurezza, di identità che non riesce a costituirsi altrimenti. Ecco che il singolo tende ad adeguarsi a quelle che sono le azioni, le condotte che il branco promuove e la propria identità è in funzione dell’appartenenza al gruppo.
Ma il branco consente anche e soprattutto in questi casi, la de-responsabilizzazione. L’azione violenta, l’aggressione viene accettata, promossa veicolata e la responsabilità non è più del singolo ma del branco che la promuove.
Legittimare un’azione violenta implica inevitabilmente l’individuazione di un capro espiatorio, di una causa, un soggetto esterno al gruppo che diventi ragione dell’agito violento. Che lo legittimi, delegittimando il singolo e il branco al tempo stesso.
Laddove il singolo può essere consapevole del disvalore morale delle proprie azioni, l’appartenenza al branco lo porta ad adeguarsi a ciò che il branco decide di fare.
Tutto ciò associato all’incapacità di riconoscere, nominare e pertanto gestire le proprie emozioni, soprattutto quelle alle quali socialmente diamo valore negativo, come la rabbia e l’uso o abuso di sostanze, diventa una miscela esplosiva, impossibile da gestire con gli strumenti che si hanno a quell’ età.
Ecco perché il nostro ruolo, come adulti e società tutta è fondamentale, nel tentare di veicolari principi valoriali differenti, volti alla coesione e non alla competizione, volti a porsi in ascolto a colmare i vuoti, a creare spazi in cui quei turbamenti, quelle emozioni difficili anche solo da pronunciare possano essere accolte e correttamente veicolate.