Ho sentito più e più volte l'avvocato Antonio De Rensis dire "io di Sempio non parlo". L'avvocata Angela Taccia al Festival di Fanpage.it si è addirittura spinta oltre: "Qualcosa non torna nella sentenza a Stasi". Da quando la procura di Pavia ha chiesto il rinvio a giudizio di Sempio, però, questo fair play sta venendo meno. E, forse, non conviene a nessuna delle due parti. Ma sicuramente non conviene al dibattito, già a tratti eccessivo, sul caso Garlasco. Almeno loro, e magari anche i magistrati inquirenti, diano il buon esempio.
Che i destini di Stasi e di Sempio siano in qualche modo legati fra di loro è fuor di dubbio. La difesa di Sempio ha annunciato di voler chiedere la sospensione dell'udienza preliminare e fare l'eccezione di costituzionalità per evitare che ci sia un contrasto fra giudicati, qualora dovessimo ritrovarci con due condannati diversi per lo stesso reato. Ma, come ha spiegato il professor Oliviero Mazza a Fanpage.it, che questa richiesta sia accolta o meno dal Giudice per l'udienza preliminare non sarà scontato il rinvio a giudizio di Sempio finché c'è la condanna di Stasi: "Una sentenza definitiva, per il nostro ordinamento processuale, in particolar modo l'articolo 238-bis del codice di procedura penale, è la prova del fatto in essa accertato. Quindi quella sentenza è la prova che l’omicidio è stato commesso da Stasi”. Finché c'è quella prova, in sostanza, è difficile immaginare una condanna per Sempio e quindi rinviarlo a giudizio.
Prima, quindi, deve essere messa in discussione (legalmente, non solo mediaticamente) la sentenza della Cassazione per Alberto Stasi e infatti l'avvocato De Rensis ha già annunciato che per metà novembre presenteranno la richiesta di revisione del processo, che però difficilmente fra i necessari elementi di novità potrà annoverare l'esistenza di un nuovo imputato per quell'omicidio. L'imputazione, infatti, non è affatto elemento di colpevolezza (come invece lo è la sentenza definitiva) e quindi, non è sufficiente come nuovo elemento di prova. La richiesta di revisione, quindi, dovrà poggiare su altri elementi: probabilmente i famosi tracciati nulli sui pedali di Stasi e l'altra novità che, a dire dell'avvocato De Rensis, desterà scalpore.
Questo però non può trasformare il confronto fra avvocati in uno scambio di accuse e di minacce. Da nessuna delle due parti.
Poco dopo la notizia della richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura, la difesa di Stasi ha diffuso un comunicato stampa in cui auspica che "le energie [della difesa di Sempio] siano orientate alla difesa della posizione di quest'ultimo e non si cerchino percorsi alternativi, attaccando ancora una volta la persona di Alberto Stasi, come avvenuto di recente peraltro su aspetti che non trovano alcun fondamento né connessione con l'omicidio addebitato oggi a Sempio". Alla difesa di Sempio non serve, da un punto di vista processuale, attaccare mediaticamente Stasi: non è così che eviterà il processo o una condanna al suo assistito.
Ma la difesa di Stasi non può dimenticare che le indagini difensive e la proposta di soluzioni alternative, peraltro già sancite da una sentenza, rientra fra i compiti legittimi di un pool difensivo. E lo sanno bene loro visto che l'attuale inchiesta della procura di Pavia è partita proprio da una loro indagine difensiva che ha comparato il DNA sulle unghie di Chiara Poggi a quello di Sempio.
Gli avvocati, di entrambe le parti, sono e devono essere professionalmente preparati al confronto all'interno dei confini di legittimità e di rispetto: se è vero che i processi non si fanno sui giornali o nelle tv, è anche vero che loro devono essere i primi a portare fuori dai tribunali la deontologia che sono chiamati a rispettare in aula. Quella deontologia che prevede la confutazione delle prove, o presunte tali, e delle tesi della controparte, ma mai l'offesa e la personalizzazione che non sarebbe rispettata davanti a un giudice. E forse, se continuano a farlo loro, comincerebbero anche tutti gli altri.