Il ricordo di Denise Cosco: “Eravamo con lei durante il processo contro il padre, ci scriveva ‘Siete la mia forza’”

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La fiaccolata in memoria di Lea Garofalo a Milano nel 2023
Paola Teri faceva parte del gruppo di ragazzi che ha sostenuto Denise Cosco durante tutto il processo a carico del padre, accusato di avere ucciso la madre Lea Garofalo con la complicità di altri parenti. A Fanpage.it ricorda quegli anni: “Facevamo la staffetta tra noi per non lasciarla sola durante le udienze. Ci sentivamo come la sua famiglia”

"Non potevamo avvicinarla perché era sotto scorta, veniva in Tribunale con un velo sul viso, ma le abbiamo mandato dei biglietti attraverso la sua avvocata, per farle sapere che eravamo lì, che stavamo dalla sua parte, e lei ci rispondeva". Paola Teri era poco più che adolescente mentre scambiava quei bigliettini con Denise Cosco, sua coetanea. Il teatro non è quello di un'aula scolastica, come la loro età avrebbe richiesto, ma quella del Tribunale di Milano, dove Denise si recava in qualità di testimone chiave nell'ambito del processo aperto contro il padre per la morte della madre, Lea Garofalo.

Il 10 settembre 2026 Denise è morta dopo essersi gettata dalla finestra della sua abitazione ad Ariccia, dove conduceva una nuova vita dopo gli anni trascorsi sotto protezione. Aveva 35 anni, l'età in cui la madre venne uccisa, e come la madre, anche lei era diventata una testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta. A Fanpage.it, Paola racconta com'è nato quel rapporto, e con quale forza la giovane si sia difesa alle provocazioni della difesa durante il processo.

Paola, insieme a un gruppo di coetanei, seguivi le udienze del processo per la morte di Lea Garofalo, uccisa a Milano nel 2009. Come avete deciso di andare in Tribunale?

Ci siamo organizzati spontaneamente. La voglia di stare accanto a Denise è nata quasi per caso. Alcuni di noi avevano saputo di lei attraverso l'associazione Libera, altri nelle scuole, oppure nei gruppi scout. Ci siamo resi conto che quella vicenda era avvenuta a Milano, così vicino a noi, nelle zone che frequentavamo abitualmente: la via in cui Lea Garofalo è stata rapita, e quello che oggi è il giardino che porta il suo nome. All'epoca vedevamo la ‘ndrangheta come un fenomeno distante, ma quella storia ci ha fatto rendere conto che era molto vicino. Non potevamo fingere che non ci riguardasse.

E quando vi siete interessati a Denise?

Quando abbiamo saputo che una ragazza della nostra età era in difficoltà. Il processo era contro suo padre e i suoi zii, i suoi familiari erano accusati di aver ucciso la madre. Ci è venuta quindi voglia di fare qualcosa per farle sapere che non era sola. All'inizio andavamo alle udienze in dieci, altre volte eravamo anche trenta o quaranta. Tutti eravamo accomunati della voglia di aiutare, di fare qualcosa. Avevamo dai 16 ai 20 anni, andavamo a scuola e le udienze potevano durare tutto il giorno, di conseguenza, quando Denise doveva testimoniare ci davamo la staffetta, ci si alternava tra mattina e pomeriggio in modo che ci fosse sempre qualcuno. Ricordo che spesso andavo in Tribunale dopo le lezioni per dare il cambio agli amici che stavano lì la mattina.

Come avete iniziato a scriverle?

Volevamo farle sapere che c'eravamo, che non era sola, e farle sentire il nostro appoggio. Così un giorno abbiamo consegnato alla sua avvocata un bigliettino in cui le dicevamo proprio questo. Era l'unico modo che avevamo per avvicinarla, e lei ci rispose. Da quella prima volta è nato uno scambio fatto a volte di messaggi scritti di fretta, si vedeva che aveva risposto al volo sul primo foglio che aveva sotto mano. In altri casi il messaggio era più pensato.

Ricordi cosa ha risposto ai primi messaggi?

Sì, "siete la mia forza, grazie a tutti voi". A un certo punto ci siamo sentiti quasi la sua famiglia, perché anche se non l'avevamo mai vista in faccia sentivamo una responsabilità, perché i suoi familiari erano sul banco degli imputati. Una volta non volevano farci entrare in Tribunale perché eravamo troppi, e ci dissero che potevano entrare solo i parenti, noi rispondemmo: "Anche noi siamo suoi parenti, anche noi vogliamo entrare". E abbiamo continuato così, fino all'ultima pronuncia della Cassazione.

Cosa hai provato quando hai saputo che si è tolta la vita?

Ci siamo sentiti tutti sconfitti. Pensavamo la legge offrisse una tutela maggiore, ma la verità è che le persone vittime di mafia soffrono. Bisogna prestare attenzione ai testimoni di giustizia, per tutto quello che devono sopportare. Ricordo come rispondeva alle insinuazioni dell'avvocato della difesa quando le dicevano che madre non era morta, ma era scappata in Australia. Denise era una ragazza battagliera e rispondeva sempre.

Cosa ti è rimasto di lei, oltre a quei biglietti?

La sua voglia di lotta, la sua energia. Quando il processo è iniziato non c'era un corpo, non c'era un testimone diretto che potesse affermare che Lea Garofalo era stata uccisa. C'era solo la denuncia di Denise. Lei costrinse il padre ad accompagnarla a denunciare la scomparsa e consegnò il cellulare, così la Polizia ha potuto subito rendersi conto che c'erano stati dei movimenti strani, e il processo è stato aperto. Se non è forza questa, cosa lo è?

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