C'è una frase in dialetto catanese che, tradotta in italiano, suona più o meno così: quando si scioglie la neve, si vedono i buchi. Sull'Etna, quando si scioglierà la neve al rifugio Timparossa si vedrà un materasso di gommapiuma abbandonato chissà quando e chissà perché. A 1840 metri sul livello del mare, in piena area protetta, il Timparossa è uno dei rifugi più semplici da raggiungere: a due chilometri e mezzo dalla stazione turistica di Piano Provenzana, una passeggiata di salute sulle vecchie colate laviche fino ad arrivare a un bosco di faggi che, d'autunno, si colorano di un rosso sgargiante. Nelle ultime settimane, complici i parossismi che hanno attirato l'attenzione di tutt'Italia per la loro spettacolarità, non è mancato chi ha violato coprifuoco e divieti per raggiungere il vulcano. Che però paga il prezzo non solo della mancanza di senso civico degli escursionisti ma anche di una burocrazia elefantiaca che impedisce la fruizione corretta del patrimonio dell'Unesco.

"Mi capita spesso di andare sui sentieri e di riportare indietro sacchi di rifiuti, l'ho fatto anche due volte nella stessa giornata". Vincenzo Greco è una delle più giovani guide vulcanologiche che operano sull'Etna. Vive a Linguaglossa, il Comune su cui insiste Piano Provenzana, e si è abilitato all'esercizio della professione nel 2016. "Quello dei rifiuti è un problema che esiste da sempre, sull'Etna". E in periodi come questo, quando le immagini delle eruzioni e delle nuvole di cenere lavica al tramonto riempiono i giornali, è se possibile ancora più stridente. "Quando si arriva in un rifugio, in teoria, bisognerebbe lasciarlo pulito. Magari ci si ferma per una giornata o per una notte, si passa un po' di tempo in mezzo alla natura, in un paradiso. E poi è bizzarro trovare lo schifo… Quando capita con i turisti facciamo figure… Meglio che non continuo".

La legnaia del Timparossa dovrebbe servire per accatastarci la legna necessaria a scaldarsi con la stufa. O per tenerci dentro qualche attrezzo per le necessità. Invece, appena si apre la porta, a colpire è prima di tutto la puzza di immondizia: ci sono buste di spazzatura accatastate una sopra l'altra: lattine di birra, bottiglie di bevande gasate, cartoni della pizza, pacchi vuoti di patatine e buste che contenevano carne da cuocere alla brace. Appena all'esterno, spostando la neve con gli scarponi, "invece di trovare terreno lavico, trovi questa cosa qua". Un pezzo di gommapiuma. Non è l'immondizia ai bordi delle strade né quella vicina ai piazzali. "Per arrivare qui, bisogna fare almeno due chilometri di camminata. E si sa che non ci sono operatori pubblici che qui vengano a ritirare i rifiuti".

E questo è l'altro tema: chi dovrebbe occuparsi della pulizia? "Sull'Etna c'è un sovraccarico di autorità che si occupano ciascuna di aspetti diversi", spiega Carlo Caputo, presidente dell'Ente parco dell'Etna, l'organismo regionale a cui spetta la tutela e la promozione del paesaggio. In via, però, non esclusiva: l'Etna è demanio regionale, quindi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio interviene l'ex Azienda foreste, oggi Servizio per il territorio. E poi ci sono le amministrazioni comunali: i Comuni alle pendici dell'Etna vedono estendersi i propri territori in qualche caso fino ai crateri sommitali. "In questa parcellizzazione di responsabilità, fermo restando che la spazzatura è un problema di inciviltà dei cittadini evidentemente non così amanti della montagna, è difficile districarsi", prosegue Caputo. Alcuni rifugi dell'Ente parco sono affidati alle gestioni dei privati. Alcuni rifugi di competenza del Servizio per il territorio, invece, sono gestiti in convenzione con i Comuni, come nel caso di Timparossa. "La situazione è uguale nella maggior parte dei rifugi sull'Etna – si lamenta Vincenzo Greco – Altrove, se possibile, è anche peggio".

"Fuori dal centro urbano, non possono operare tutti", interviene Pietro Litrico, dirigente provinciale dell'ex Azienda foreste. "Il nostro personale è composto da operai che si occupano delle manutenzioni di carattere forestale: ci occupiamo di fare le corsie tagliafuoco per la prevenzione degli incendi, per esempio. Ma la raccolta dei rifiuti non è di nostra competenza". Non hanno neanche i soldi per farlo: "Non c'è nel nostro bilancio un capitolo che riguardi la pulizia del territorio etneo. Ci basterebbe quello per fare una gara pubblica e assegnare il servizio di raccolta a una ditta privata, nel territorio che si stabilirà. Mi creda: a me piange il cuore quando vedo certe cose, davvero".

"Io penso che la divisione dei compiti su troppe strutture diverse non faccia altro che ridurre l'efficienza sul vulcano", risponde Caputo. "Da quando mi sono insediato, all'inizio dell'estate 2020, insisto che l'unica cosa da fare è una governance unica: un solo soggetto pubblico che gestisca tutto quello che riguarda l'Etna". Significa, però, togliere responsabilità, ma anche potere e disponibilità economiche alla costellazione di enti pubblici che si affacciano sulla montagna e ne gestiscono uno spicchio. "Tutti i processi di riforma istituzionale si realizzano allo stesso modo. Ma qualcosa bisogna fare, perché abbiamo una responsabilità nei confronti non solo dei nostri cittadini e dei turisti, abbiamo una responsabilità nei confronti del mondo".