4 Luglio 2013
09:59

“Ho abortito”

Parlare di aborto potrebbe favorire la protezione legale dell’interruzione di gravidanza? Può il coming out proteggere l’accesso all’aborto volontario?
A cura di Chiara Lalli

Potrebbe accadere, insomma, qualcosa di simile a quanto successo rispetto ai matrimoni per persone dello stesso sesso? Sembra verosimile ipotizzare che il sostegno ai matrimoni senza distinzione di genere e orientamento sessuale sia aumentato anche in seguito al coming out. Il coming out è la decisione di rivelare il proprio orientamento sessuale o la propria identità sessuale. Ben diverso è l’outing – con cui viene spesso confuso – che invece somiglia a un pettegolezzo: sono io che rivelo l’orientamento sessuale di qualcun altro, magari contro la sua volontà o comunque senza un esplicito consenso.

Sapere che molte persone che conosciamo – i nostri amici, i nostri figli, i nostri parenti – hanno un orientamento sessuale diverso da quello eterosessuale ha rappresentato una possibilità per capire meglio la questione, per renderla più “personale”, soprattutto per i conservatori – fieri oppositori di un allargamento di diritti che nulla toglie a chi vuole scegliere di sposare una persona di genere diverso dal nostro. Non è un processo automatico: può accadere che l’informazione conviva con la condanna, perfino quando l’informazione riguarda noi stessi. Tuttavia, l’effetto virtuoso del coming out sembra essere indubbio.

Un paio di giorni fa, il New York Times ha dedicato una delle discussioni a più voci (“Room for Debate”) al coming out riguardo all’aborto. La furia contro l’aborto negli Stati Uniti è brutale, e sono molti gli stati che hanno ristretto l’accesso o aggiunto condizioni che finiscono per rendere l’interruzione di gravidanza di fatto difficilmente accessibile.Eppure, circa una donna su tre ha abortito. Secondo il Guttmacher Institute (“Facts on Induced Abortion in the United States”, 2011), circa la metà delle gravidanze sono indesiderate, quattro su dieci sono interrotte. Il 22% di tutte le gravidanze sono interrotte da un aborto volontario.

In Italia i movimenti antiabortisti non sono violenti come quelli statunitensi, ma l’applicazione della legge 194 non è garantita, almeno non ovunque. L’ostacolo principale è l’altissimo numero di operatori sanitari obiettori di coscienza e il fatto che molte strutture non abbiano proprio il reparto IVG, anche se la legge dice chiaramente che il servizio dovrebbe essere garantito e che l’obiezione di struttura non è concepibile. Con una media nazionale di ginecologi obiettori che supera il 70%, e con molte aziende sanitarie che hanno chiuso il reparto o non l’hanno mai realizzato, le donne che vogliono interrompere una gravidanza devono affrontare lunghe liste di attesa e, spesso, uno stigma sociale che le spinge al silenzio. La domanda posta dal New York Times si applicherebbe bene anche all’Italia, considerando proprio la vergogna che circonda l’aborto: se ne parlassimo di più, se le donne raccontassero di avere interrotto una gravidanza, il servizio sarebbe meno a rischio? Se scoprissimo che molte delle nostre amiche, cugine, fidanzate o mogli hanno scelto di abortire, il nostro giudizio colpevolizzante cambierebbe?

Le risposte possono essere varie, e decidere di raccontare non può che essere una scelta. Alcune iniziative hanno provato a invitare le donne a parlare. Tra queste, “I Had an Abortion”, un film del 2005 di Gillian Aldrich e Jennifer Baumgardner che raccoglie alcune testimonianze di aborti. Andando indietro nel tempo, potremmo ricordare il cosiddetto “Manifesto delle 343”: era l’aprile 1971 quando 343 donne francesi firmarono un documento. “Abbiamo abortito”, era l’appello pubblicato su Le Nouvel Observateur. Il manifesto venne anche ribattezzato “Il Manifesto delle 343 puttane” (“Le manifeste des 343 salopes”). Rispetto al silenzio di oggi, è impressionante leggere quel documento, soprattutto pensando che in Francia l’aborto era ancora illegale. Le firmatarie dichiaravano di essere tra quel milione di donne che avevano abortito, denunciando il pericolo del silenzio e il diritto di accedere alla contraccezione: “Je déclare que je suis l’une d’elles. Je déclare avoir avorté. De même que nous réclamons le libre accès aux moyens anticonceptionnels, nous réclamons l’avortement libre”.

Nel dibattito ospitato dal New York Times ci sono voci diverse. Kate Cockrill, dopo essersi soffermata sull’effetto del coming out – conoscere qualcuno oggetto di stigma sociale ci aiuta a cambiare il nostro atteggiamento – sottolinea anche che sarebbe necessario creare condizioni protette per le donne che vogliono condividere le loro scelte. Non basta invitare a parlare, ma serve creare il contesto adatto.

Non tutti la pensano così: secondo Georgette Forney, l’effetto della condivisone sarebbe quello di evitare di abortire. Presidente di un’associazione “prolife”, Forney è convinta che non si possa che raccontare il rimorso per avere abortito, perché nessuna donna può scegliere davvero di abortire e può essere immune dal pensare per tutta la vita “ah!, se non avessi abortito”. Parlare di aborto significherebbespingere necessariamente le donne a portare avanti la gravidanza.

Qualunque sia il pensiero riguardo agli effetti del parlare di aborto e riguardo all’interruzione di gravidanza, una cosa sembra innegabile: il silenzio, soprattutto quel silenzio percepito come obbligatorio, come un mezzo per sottrarsi alla condanna morale e allo stigma, non è la strada ideale da seguire.

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