Scoperta a Prato banca fantasma da 100 milioni l’anno: smantellata rete di droga e merci al servizio dei clan

Una vera e propria banca clandestina, capace di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro all’anno senza lasciare tracce, è stata scoperta e smantellata a Prato. L’organizzazione gestiva pagamenti “fantasma” legati al narcotraffico internazionale e al commercio nero di merci, mettendo in rete clan italiani, albanesi e cinesi con un sistema informale di altissima efficienza.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla Dda di Firenze e dalla Procura di Prato, c’è un cittadino cinese ritenuto il vertice del sistema. Secondo gli inquirenti, garantiva due servizi paralleli: il trasferimento di proventi della droga e le compensazioni in nero tra aziende tessili cinesi del distretto pratese e quelle della penisola iberica (Madrid, Malaga, Valencia, Siviglia). I corrieri della rete raccoglievano contanti sporchi in Italia e li “compensavano” all’estero evitando spostamenti fisici di denaro, spesso utilizzando i flussi neri delle imprese del pronto moda.
La banca operava attraverso il meccanismo dell’hawala – noto in ambito cinese come chop-shop -, un sistema di pagamento informale privo di qualsiasi tracciabilità bancaria. A beneficiarne erano diverse organizzazioni criminali. Tra i clienti italiani figurano il clan Briganti di Lecce (Sacra Corona Unita), la ‘ndrina Fiare-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia) e il gruppo camorristico Aquino-Annunziata. Gli albanesi, in particolare, lo utilizzavano per riciclare i proventi del narcotraffico.
"Le indagini rilevano l’esistenza di un sistema bancario parallelo e clandestino che serve a molteplici scopi: non solo a finanziare i traffici illeciti, soprattutto di stupefacenti, e a reinvestirne i proventi ma anche a incrociare traffici illeciti con le logiche delle frodi fiscali", ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo durante la conferenza stampa. Melillo ha inoltre evidenziato "i rischi collegati all’integrazione di diverse strutture criminali e straniere", definendo quella albanese "straordinaria attrice nelle attività di riciclaggio e nel traffico di stupefacenti".
L’operazione ha portato al sequestro di beni per circa 60 milioni di euro e all’esecuzione di 41 misure cautelari: 17 in carcere e 16 ai domiciliari. Gli investigatori hanno ricostruito almeno tre anni di attività di questo circuito criminale.
Un filone dell’indagine riguarda anche l’immigrazione clandestina dalla Cina. Un gruppo di connazionali del promotore dell’organizzazione organizzava l’ingresso illegale di migranti facendo transitare le persone dalla Serbia (dove non serve visto per i cittadini cinesi) attraverso Ungheria e Slovenia, con destinazioni finali Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona. Per ogni migrante venivano incassati circa 9.500 euro.