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Ha una malattia cronica e va da un omeopata, lui sospende i farmaci: paziente costretta a un trapianto di rene

Un medico omeopatico è stato condannato in primo grado a un risarcimento di 254mila euro nei confronti di una paziente affetta da una terapia cronica autoimmune. La donna aveva sostituito le terapie farmacologiche per intraprendere, sotto consiglio del medico, una cura omeopatica. Il peggioramento delle sue condizioni ha portato al trapianto di rene.
A cura di Gabriella Mazzeo
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Immagine di repertorio.
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Una donna affetta da una malattia cronica autoimmune si è presentata da un omeopata in cerca di consigli medici per la propria condizione e, seguendo le sue indicazioni, ha intrapreso una terapia omeopatica che ha poi portato a un tracollo sanitario. La paziente è stata costretta a un trapianto di rene e ha portato il medico a processo, vincendo nei giorni scorsi in primo grado un risarcimento di oltre 250mila euro.

Secondo la donna, il dottore le aveva garantito una rapida guarigione che però non c'è stata. La terapia, anzi, ha portato a un peggioramento della malattia con conseguente trapianto. Il medico, secondo quanto scrive il giudice, aveva chiesto alla paziente di sospendere tutte le terapie farmacologiche in atto. "Per lui impedivano la guarigione – ha sottolineato nella sentenza – e provocavano gravi danni all'organismo".

I fatti risalgono al marzo del 2016, quando la donna, affetta fin dall'adolescenza da Lupus Eritematoso Sistemico, si era rivolta al professionista di Firenze. L'uomo, che era anche medico di base, le avrebbe annunciato la possibilità di guarire sospendendo le cure in atto fino a quel momento. La paziente aveva dunque sospeso i farmaci immunosoppressori prescritti in ospedale a Roma e a Pisa, ma presto aveva visto le sue condizioni di salute precipitare.

La terapia omeopatica non aveva sortito alcun effetto e nel febbraio 2017, la paziente si era nuovamente rivolta ai sanitari dell'ospedale di Pisa, riprendendo la cura di farmaci. Il danno però era ormai fatto e tre anni dopo la donna aveva dovuto sottoporsi al trapianto di un rene donato dalla madre.

Durante il processo, il medico ha sostenuto che l'abbandono della terapia tradizionale fosse avvenuto dopo una decisione unilaterale della paziente. Il dottore ha affermato di aver solo "accompagnato la paziente" in tale percorso.

Per il tribunale però, anche sulla base di una serie di testimonianze, l'influenza del medico sarebbe stata determinante. Nella sentenza è stata quindi constatata l'esistenza di un nesso causale tra la sospensione del trattamento farmacologico e la riacutizzazione della patologia cronica. Il dottore è stato condannato in primo grado a corrispondere un risarcimento di 254mila euro, più le spese legali.

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