Alle morti sul lavoro è abitudine dare una passata di bianco quasi a volerle rendere più accettabili, meno brutali, morti bianche, appunto. Le lotte per i diritti collettivi sono importanti quanto quelle per i diritti civili. Un giorno all'anno abbiamo per parlare delle morti bianche e godere dell'attenzione di tutti. Uno, ed è passato. Che se ne parli oggi perché stavolta a perdere la vita in un incidente particolarmente cruento è stata una giovane madre di cui si possono ripescare foto che la ritraggono bellissima dà la cifra esatta di cosa è diventato il tema della sicurezza del lavoro: prurigine. Nel migliore dei casi, pietismo. E che rivoluzionario sarebbe stato Fedez se dal palco del 1 maggio avesse parlato anche della sicurezza sul lavoro, menzionando l'incidente avvenuto tre giorni prima in un cantiere logistico di Amazon, dove è morto Flamur Ansela, operaio di origine albanese di 50 anni. Dei cinque colleghi rimasti feriti, uno è in condizioni disperate.

Oggi sappiamo qualcosa di Luana D’Orazio, poco di Flamur Ansela, ma niente dei 185 morti sul lavoro nei primi tre mesi del 2021, + l’11,4 % rispetto al primo trimestre del 2020. Un aumento non banale, considerato lo stop delle attività lavorative e il fatto che il virus ha inciso solo su un terzo dei casi. Due terzi di questi lavoratori non sono morti per il Covid-19, ma per incidenti che avrebbero potuto essere evitati adottando adeguate misure preventive e accompagnando controlli e ispezioni, possibilmente per conto di figure esterne e non interne, schiacciate da interessi e bisogni personali. Invece anche in pandemia a valutare l’agibilità del rientro in fabbrica sono stati solo i dipartimenti della prevenzione e dell’arpa regionale. Niente task force, quella si usa solo al Governo quando si tratta di decidere del futuro dei cittadini. Lì, sì, ci si affida a tecnici esterni e imparziali. Stando ai più recenti dati Fillea Cgil, nel settore dell’edilizia i morti sul lavoro sono arrivati a 32 contro i 12 dello stesso periodo 2020. Quasi il 170% in più. E in futuro, complice la ripresa del settore post pandemia che vedrà molte imprese tagliare le spese superflue, la situazione potrebbe peggiorare. È così che si muore, per una leva arrugginita e mai cambiata, un casco che non c’è, una corda di sicurezza allentata, un corso di formazione mai intrapreso.

Senza contare le malattie e le morti collaterali, seimila morti di amianto ogni anno, stando alle stime della Società italiana di medicina ambientale (Sima). Ai malati di mesotelioma per esposizione familiare o ambientale nel 2015 è stato introdotto un bonus assistenziale una tantum di importo fisso pari a 10mila euro da corrispondere su istanza dell’interessato, o in caso di decesso, dei suoi eredi. Diecimila euro, nemmeno scritto per esteso in lettere vale a coprire una vita, eppure è sembrata una grande conquista.

Attualmente in Italia sono in corso 35 processi legati all’industria, quasi tutti iniziati mediamente quindici anni fa: Come quello della Marina Militare 2, la cui udienza è prevista a Mestre il 29 maggio e in date prossime non ancora non note, i processi per Eternit Bis in Corte d’Appello a Novara e a Napoli, e ancora, si andrà in Corte d’Appello a Lecce per l’ILVA di Taranto. Processi sfibranti, tirati per le lunghe, impensabili per le tasche dei comuni cittadini senza crowdfunding e avvocati che lavorano probono. Processi che dopo lungaggini infinite finalmente vedranno la luce, come quello per l’incidente ferroviario di Pioltello, per il momento solo di primo grado, iniziato il 15 aprile, e il processo per i morti di amianto al Teatro alla Scala, iniziato invece il 30 aprile. Di tutto ciò non c’è traccia spazio nell’opinione pubblica, sono morti troppo “bianche”, serve colore per andare sui giornali. “Gli operai sono una categoria vecchia, ormai tutto è digitalizzato”: Sembrava che a parlare di operai si facesse peccato, categoria vecchia, superata, novecentesca, quando invece capita la disgrazia, muore una giovane lavoratrice ventenne e “pouf”, per magia ci si ricorda che gli operai esistono eccome. E muoiono.

Mentre ci riempiamo la bocca con parole altisonanti e inglesi come “automatizzazione del lavoro”, “smart working”, “industria 4.0”, nei cantieri e nelle fabbriche ci vanno ancora uomini e donne, come noi. Operai di cantieri edili che hanno contratti da metalmeccanici o del commercio, lavoratori che sempre più spesso non sono dipendenti delle aziende per cui lavorano, ma operai in subappalto. Il lavoro in subappalto, una piaga tutta italiana, che non conosce sosta, nemmeno con il virus. Ne abbiamo avuto prova perfino nella prima ondata pandemica, quando, in piena carenza di personale sanitario, le Asl e gli ospedali hanno continuato ad assumere tramite agenzie interinali e cooperative che offrono contratti Co.Co.Co., con le graduatorie dei concorsi addirittura bloccate. “Eroi usa e getta”, come gli OSS di Pescara, lasciati a casa dopo avere affrontato ben tre ondate, perché l’Italia è il Paese degli appalti e dei lampi di genio. Come nel calcio, ci si muove solo a un passo dalla disfatta, a pochi minuti dalla fine della partita. Perché spendere in formazione quando si può appaltare? Perché dare spazio alle lotte collettive dei lavoratori che hanno l’ardire di non accontentarsi di avere un lavoro, ma di svolgerlo in sicurezza? Già, perché. È così comodo accorgersi che gli operai esistono solo quando muoiono.