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“Dal Trentino alla Sicilia: le regioni italiane a rischio frana”, i nuovi dati Ispra e l’impatto del maltempo

L’Italia è per la gran parte esposta a un alto rischio idrogeologico per morfologia e a causa del cambiamento climatico secondo il professore di geologia Diego Di Martire. Le regioni più esposte sono Campania, Sicilia, Trentino e Molise.
Intervista a Prof. Diego Di Martire
Professore di geologia applicata dell'Università Federico II
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Niscemi dopo la frana
Niscemi dopo la frana

Il caso di Niscemi non è affatto isolato, almeno secondo i più recenti dati Ispra. Ben il 94,5% dei comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera, il 19,2% del territorio nazionale è classificato a maggiore pericolosità per frane e alluvioni. Questa situazione riguarda 1 milione e 280mila abitanti che vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, a cui si aggiungono 6 milioni e 800mila esposti a rischio alluvioni nello scenario a pericolosità idraulica media con tempi di ritorno compresi tra 100 e 200 anni.

Si tratta della fotografia scattata dall'Ispra all’interno del Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia che costituisce il quadro di riferimento ufficiale sulla pericolosità e sul rischio idrogeologico per il nostro paese. A commentarli con Fanpage.it è Diego Di Martire, professore di geologia applicata all'Università Federico II di Napoli.

Secondo gli ultimi dati, l'Italia è uno dei paesi europei storicamente più colpiti dalle frane con oltre 630 mila eventi censiti.

Assolutamente sì, anche per la morfologia del territorio e per le formazioni idrogeologiche che sono presenti da noi.Sono fattori che predispongono la maggior parte del territorio italiano a fenomeni gravitativi [frane n.d.r] che sono sempre più spesso connessi ai cambiamenti climatici in atto.

In che modo il cambiamento climatico influenza il rischio di frane?

Succede quando ci sono precipitazioni ad alta intensità e breve durata, come è successo anche recentemente a Niscemi. Le precipitazioni con queste caratteristiche danno luogo all'innesco di fenomeni franosi di notevole importanza. Questo è connesso con la geologia del nostro territorio, che per le sue caratteristiche facilmente dà luogo a fenomeni rapidi e distruttivi, un esempio può essere quello di Niscemi, ma ci sono anche fenomeni che fanno meno rumore perché estremamente lenti che però si protraggono nel tempo in funzione appunto della meteorologia. Anche questi interessano ampie porzioni del territorio italiano.

Le regioni con i valori di popolazione più a rischio per frane e alluvioni sono Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Liguria, Campania. Praticamente tutto lo Stivale.

Le regioni più esposte sono molte, come si evince proprio dal report di ISPRA. E in questo quadro spiccano sicuramente anche il Trentino-Alto Adige, la stessa Sicilia e il Molise.

Si tratta però di territori molto diversi tra loro.

Sono territori molto diversi dal punto di vista climatico probabilmente, ma non da un punto di vista morfologico. Sono tutti caratterizzati da rilievi importanti o dalla presenza di formazioni geologiche che sono predisposte a dar luogo a fenomeni franosi.

Questi sono dati aggiornati periodicamente da un ente pubblico, quindi noi sappiamo esattamente dove non dobbiamo costruire? 

Sì. L'intero territorio italiano è classificato con 4 livelli di rischio: R1, R2, R3, R4, secondo la legge 183 del 1989, con la quale sono state individuate le ex autorità di bacino, ora distretti idrografici, che hanno perimetrato tutto il territorio italiano. I distretti hanno effettivamente individuato le aree a rischio, e di conseguenza dove poter o non poter intervenire.

E allora perché abbiamo costruito dove non avremmo dovuto?

Deve pensare che le aree a rischio sono state identificate potenzialmente a partire dall'89, e poi sicuramente dal 2001. I centri urbani però hanno sicuramente tutti una storia più antica rispetto alla realizzazione dei PAI, e cosa fare adesso dipende dalle istituzioni. Per questo al loro interno dovrebbero entrare dei tecnici in modo da tenere sotto controllo una situazione strutturalmente complessa praticamente ovunque, e con l'avanzare del cambiamento climatico lo sarà ancora di più.

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