Da Trieste alla Sardegna, il viaggio forzato dei richiedenti asilo: “Qui abbiamo pensato di impazzire”
Un nome su un foglio appeso in bacheca di mercoledì pomeriggio, la partenza il giovedì mattina e una destinazione generica, "Sardegna", da cui è impossibile tirarsi indietro se non a prezzo di perdere ogni diritto. È così che B. ha scoperto di dover lasciare Trieste per essere mandato a Jazeera, l'isola: il non-luogo a centinaia di chilometri dove tornare alla vita appare un'impresa quasi impossibile.
Dopo anni trascorsi a schivare la violenza delle frontiere europee lungo la rotta balcanica e a sopravvivere al gelo dei magazzini abbandonati del Porto Vecchio, B. era riuscito a costruirsi a Trieste una fragile parvenza di normalità: relazioni, volontari, corsi di italiano e la speranza di trovare un lavoro. Poi, all'improvviso, il trasferimento forzato. Risultato? Mesi spesi nell'entroterra sardo nell'attesa estenuante dei documenti, lavorando di notte in fabbrica per pochi spiccioli e vivendo in un'ex fattoria sperduta tra i campi resa centro di accoglienza: "Qui abbiamo pensato di impazzire".
Il caso di B., però, non è un'eccezione o un disguido burocratico: è il simbolo di una violenza sistemica e programmata. La stessa che un'indagine promossa dalle associazioni No Name Kitchen (NNK) e ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) ha analizzato, evidenziando come l'intero sistema di accoglienza si sia trasformato in un dispositivo di controllo, abbandono e sradicamento umano.
La storia di B. e l'incubo di Jazeera
La storia di B. incarna il dramma di centinaia di persone in movimento. Dopo essere scappato dal Pakistan, allo scoccare della maggiore età B. arriva a Trieste. Per settimane dorme tra le macerie del Porto Vecchio, il cosiddetto Khandwala ("casa rotta" in pashto). Inserito, infine, nel centro di prima accoglienza di Campo Sacro, inizia l'integrazione. O, quasi.
La promessa verbale di un trasferimento in una città limitrofa, smentita appena 24 ore dopo con il ricatto dell'imbarco verso la Sardegna. Giunto sull'isola, il suo fascicolo è sprofondato in un buco nero amministrativo: mesi di attesa solo per ottenere il modello C3 (per formalizzare la richiesta di protezione internazionale in Italia) e la mancata consegna del permesso di soggiorno provvisorio. Per sopravvivere, la sola via d'uscita è stata il lavoro informale e notturno in fabbrica. Oggi B. vive confinato in una ex fattoria nelle campagne sarde, "un luogo bellissimo per trascorrere una settimana di vacanza, ma una prigione a cielo aperto se si è costretti a viverci in attesa che una Commissione decida del proprio futuro", ha commentato.
Come funziona la rotta Trieste-Sardegna
Trieste è il principale punto di arrivo in Italia per chi percorre i Balcani, ma la sua capienza abitativa è mantenuta perennemente sottodimensionata. Strutture di primissima accoglienza come Casa Malala e Campo Sacro lavorano ad altissima rotazione. Per svuotare la piazza triestina, dunque, la macchina amministrativa attiva trasferimenti interregionali di massa: nel periodo monitorato dal report, ben l'85 per cento dei richiedenti asilo spinti via da Trieste viene mandato in Sardegna.
I trasferimenti avvengono secondo un meccanismo rigido, verticistico e quantitativo: le persone ricevono moduli prestampati in italiano in cui la destinazione è indicata unicamente con la dicitura "Sardegna". I tempi per opporsi o presentare memorie via email sono irrisori e "deliberatamente insufficienti". Chi si rifiuta di salire sul bus diretto al porto di Livorno può essere punito con la revoca immediata delle misure di accoglienza, finendo per strada.
Perché la rotta è problematica: disumanizzazione, isolamento e ricatto lavorativo
L'attivista e ricercatrice Arianna Locatelli – che insieme a Pietro Scagliotti e Anna Palchetti ha svolto il sopralluogo in Sardegna – ha chiarito a Fanpage.it il cuore politico del problema: "Il report analizza come il sistema di accoglienza porti a una disumanizzazione e oggettificazione del richiedente asilo che smette di essere una persona e diventa un oggetto che il sistema si sente libero di spostare dove e come vuole". I problemi denunciati dalla ricerca, emersi (tra l'altro) dalla testimonianza di B., si articolano su tre livelli: "isolamento geografico e alienazione mentale, negazione della tutela e precarizzazione e lavoro sottopagato".
Come spiegato nel report, i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) sardi sono spesso ex hotel dismessi, vecchi villaggi turistici o ex fattorie ubicati nell'entroterra, isolati dal mondo. Distanti chilometri dai centri abitati e privi di collegamenti di trasporto pubblico accessibili, costringono le persone a prosciugare l'intero pocket money (i 75 euro mensili spettanti per legge) solo per fare un biglietto dell'autobus. L'assenza di attività e la mancanza di prospettive, secondo i ricercatori e le ricercatrici, genera così un limbo psicologico "insopportabile". "Qui non hai attività, non hai proprio niente", ha raccontato B.. "Per forza ti ammali, passi il tempo a pensare, anche il sonno diventa una fuga e c'è chi trascorre 14 ore al giorno su TikTok pur di anestetizzare la realtà".
Non è finita qui. "I pasti forniti dalle strutture risultano spesso di qualità pessima o quantitativamente insufficienti, costringendo i residenti a spendere i propri pochi soldi per comprare il cibo o ad azionare forme di resistenza cucinando di nascosto in stabili abbandonati", ha continuato a spiegare Locatelli. L'accesso alle cure mediche "è un miraggio": "Ti danno la stessa medicina per qualsiasi male", ha riferito B.. In più, gli operatori legali "non ci sono quasi mai", rendendo impossibile procedere o capire lo stato della propria domanda di asilo.
Infine, ha sottolineato l'attivista a Fanpage.it, "sradicare le persone dalle reti sociali e lavorative che stavano costruendo a Trieste per catapultarle nel nulla significa spingerle deliberatamente verso il ricatto economico. Quando si ha la necessità urgente di lavorare e si viene lasciati per mesi nella totale inconsapevolezza, si è costretti ad accettare qualsiasi condizione". Il sistema di accoglienza alimenterebbe così una manodopera estremamente precaria: caporalato nei campi agricoli sotto il sole per 3-4 euro all'ora o turni notturni in nero nelle fabbriche.
Un piano di abbandono che non è accoglienza
Non basta garantire un tetto o un pasto per parlare di accoglienza. Se la gestione logistica di questo meccanismo comporta costi elevati per la collettività, significa che l'isolamento dei richiedenti asilo non è un incidente di percorso, ma risponde a un preciso disegno politico e di deterrenza, viene sottolineato nel report di No Name Kitchen e ICS.
"Ogni sgombero, ogni centro di accoglienza, ogni trasferimento si inserisce in un quadro più ampio di politiche migratorie nazionali ed europee, politiche che alimentano processi di disumanizzazione e oggettificazione dei richiedenti asilo", ha concluso Locatelli a Fanpage.it. Esattamente quello che è successo a B. e a centinaia di altre persone, spostate come pacchi postali da una parte all'altra del Paese, sradicate dalle reti che avevano costruito e confinate lontano dagli occhi della società. Il punto allora, però, non è più soltanto dove vengano trasferite queste persone, ma cosa il sistema produca attraverso quei trasferimenti: isolamento, dipendenza, precarietà, perdita di autonomia. Per questo chiamarla "accoglienza" suona come una contraddizione. Perché quando una persona può essere spostata, isolata e abbandonata per mesi, non siamo più davanti a una strategia di gestione dei flussi, ma alla sistematica demolizione della dignità e dell'autonomia di centinaia di persone.