Il governatore Luca Zaia lo ripete da giorni ormai: "Il Veneto è la Regione che trova più positivi perché li va a cercare". La tesi del Presidente della Regione è che il vero e proprio boom di positivi non sia da attribuire a una maggior circolazione del virus, bensì a un metodo di ricerca dei positivi più capillare ed efficiente destinato, di conseguenza, a portare alla luce grandi numeri: "È un po' come paragonare chi pratica la pesca a strascico  e chi con la canna da pesca; è normale che il primo catturi più pesci", dichiarava ieri il governatore.

Crisanti: "In Veneto errore puntare sui tamponi rapidi"

Di tutt'altro avviso il professor Andrea Crisanti, microbiologo dell'Università di Padova che ieri – a L'Aria che Tira – ha offerto una chiave di lettura molto diversa dei numeri fatti registrare dal Veneto: "Il problema del Veneto è legato fondamentalmente alla zona gialla, determinata da questi 21 parametri, e dall’aver puntato tutto sui tamponi rapidi, che hanno una sensibilità bassa e hanno permesso che le RSA venissero infettate senza precedenti; questo è dovuto al fatto che il personale è stato testato con i tamponi rapidi". Crisanti ha quindi aggiunto: "È vero, se si fanno tanti tamponi si riscontrano tanti positivi, ma questo vale solo per i primi giorni, perché poi grazie al tracciamento si va a interrompere la catena di trasmissione. In Veneto, invece, abbiamo un aumento costante dei casi e dei morti senza precedenti".

Il dottor Manno: "Test rapidi perdono fino al 40% dei positivi"

A smentire la chiave di lettura di Luca Zaia è però anche un altro esperto, il dottor Maurizio Manno del Covesap, il Coordinamento Veneto Sanità Pubblica. Intervistato da Oggi Treviso lo specialista ha criticato la decisione del governatore di conteggiare tamponi molecolari e tamponi rapidi assieme: i primi, infatti, "individuano correttamente oltre il 95% dei positivi, i rapidi danno come negativi, e quindi ‘perdono' fino al 30-40% dei soggetti positivi o anche più. Il fatto grave è che questi falsi negativi se ne vanno in giro credendo di non essere contagiosi e invece lo sono". Insomma, sebbene i test rapidi siano una risorsa importante, veloce ed economica, se utilizzati correttamente e su grandi numeri, per il dottor Manno soni "pericolosissimi se usati a fini impropri, ad esempio diagnostici o di screening di gruppi di soggetti a rischio elevato (operatori sanitari) o con maggiori fragilità (anziani, bambini, pazienti immunodepressi, ecc.)".