Il presidente del Veneto Luca Zaia in un'intervista a Fanpage.it ha spiegato perché nella sua Regione l’incremento giornaliero di infezioni risulta essere il più alto d'Italia. Si parla, secondo l'ultimo bollettino aggiornato a ieri mattina, di 2.782 nuovi casi positivi al coronavirus registrati nelle ultime 24 ore, che portano a 243.434 il totale dei contagiati dall'inizio dell'emergenza sanitaria.

Cosa è andato storto dunque, dopo che nella prima fase della pandemia la Regione del Nord Est era stata presa a modello nella lotta contro il virus? Abbiamo provato con il governatore leghista a leggere e a interpretare i dati: "Noi facciamo moltissimi tamponi rapidi, che però non vengono inclusi nelle statistiche. Il Veneto ha una macchina iper organizzata – ha affermato Zaia – Da noi tutti i pazienti sono presi in carico e vengono curati. In questo preciso istante nella nostra Regione, oltre a 3400 pazienti Covid ricoverati, ci sono quasi 8mila pazienti non Covid. Grazie a professionisti eccezionali che non smetterò mai di ringraziare, stiamo continuando a curare i pazienti oncologici, e per di più quest'anno chiuderemo anche con un aumento dei trapianti rispetto agli anni precedenti. Non bisogna abbassare la guardia, non voglio assolutamente minimizzare. La pressione ospedaliera c'è. Ma non si può certo dire che abbiamo una sanità al collasso e che non riusciamo a curare i malati".

Presidente cosa è successo in Veneto nella seconda ondata? Perché si registra un boom di contagi?

Finiamola intanto con questa distinzione tra prima, seconda e terza ondata, ormai abbiamo capito che il virus c'è e ci accompagna nella nostra vita. Noi abbiamo sequenziato il virus e possiamo già dire che quello della primavera non è il virus di oggi, è mutato. In Veneto si sono trovate al momento 8 mutazioni, tra cui la variante inglese. Come risulta dal database nazionale due di queste varianti sembra siano soltanto venete. E ovviamente ogni variante ha un quadro clinico peculiare. Per esempio la variante inglese, da quello che sappiamo, non presenta quadri clinici più importanti, risulta essere però molto più contagiosa. Questa infezione autunnale è partita quasi 20 giorni prima nel Nord Ovest, Lombardia, Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna, e poi si è spostata nel Nord Est. Nella prima fase dell'emergenza eravamo senza dispositivi, senza test. All'inizio della pandemia facevamo 2mila test al giorno oggi ne facciamo 60mila. Non facevamo tamponi in maniera aggressiva per il personale ospedaliero, per i pazienti, per i dipendenti delle case di riposo e per gli ospiti, come facciamo oggi.

A breve i tamponi rapidi saranno conteggiati insieme ai tamponi molecolari. Questo modificherà molto i dati sull'incidenza?

Tutti sanno che noi abbiamo sempre voluto investire nella fase diagnostica. Abbiamo messo in rete 14 microbiologie in Veneto e abbiamo avuto una punta massima di 70mila tamponi al giorno. Non voglio fare confronti con altre Regioni, perché sarebbero ingenerosi. Oltre a fare tanti test l'Iss ci riconosce un forte impegno nel contact tracing. In questo Paese malato da due mesi su tutti i giornali si scrive che il Veneto è la Regione con il maggior numero di contagi. Ma il Veneto è la Regione che trova più positivi perché li va a cercare. Se noi dividessimo in due un campo minato, e mettessimo da una parte due uomini a sminarlo, e dall'altra parte ne mettessimo 100, non potremmo certo dire che ci sono più mine nella parte di campo in cui abbiamo impiegato più uomini. Giocare con i numeri non è una bella cosa. Noi abbiamo avuto giornate con circa 60mila tamponi fatti tra rapidi e molecolari, e i contagiati erano 3mila, quindi il 5%. Nello stesso momento una Regione che aveva trovato 40 positivi su 400 tamponi veniva osannata: significa il 10%, il doppio. La verità è che il calcolo nazionale della percentuale di positivi, per una norma che ci trasciniamo da febbraio, viene fatto solo sul numero dei tamponi molecolari. Aveva senso fino a quest'estate. Ma ad agosto sono arrivati sul mercato in tutto il mondo i test antigenici. Trovo sia imbarazzante che si continui a calcolare i positivi come dieci mesi fa. Tra pochi giorni, forse anche tra poche ore, arriverà una circolare del ministero della Salute che cambierà questo metodo di calcolo.

Le nostre percentuali di positivi, calcolate sul numero di test somministrati, sono del 5% a ottobre, dell'8% a novembre, e dell'8% a dicembre. Io non posso accettare che si scriva che il Veneto ha il 36% di tamponi positivi su quelli effettuati, perché non vengono conteggiati i rapidi. Se avessimo davvero il 36% di positivi quasi quattro persone su dieci sarebbero infette. Non cerco alibi o giustificazioni, ma un tema è la cura, un'altra questione sono i dati distorti che si vogliono diffondere, per attaccarci.

Ma c'è anche chi dice che i tamponi rapidi sono meno affidabili dei tamponi molecolari.

Il ministero della Salute proprio in virtù di quanto ha detto l'ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, sta facendo la nuova definizione di "caso". Il che significa che con le nuove disposizioni non ci sarà più bisogno della conferma di un molecolare dopo che sarà accertata la positività con un test rapido. Il molecolare comunque non è infallibile, perché è pur sempre la fotografia di un istante: un soggetto può aver già contratto l'infezione ma non avere una carica virale tanto alta da essere rilevata dal test. Vorrei inoltre ricordare che i medici di base hanno siglato un accordo con il governo che prevede proprio l'utilizzo dei test rapidi. E poi se io trovo un positivo con il rapido in questo momento devo comunque avere la conferma del molecolare. Guardiamo in faccia la realtà, oltre un certo numero di molecolari al giorno è impossibile andare. Il nostro potenziale, stressando al massimo le 14 microbiologie, è di 30mila, tutto quello che è in più lo dobbiamo alla presenza dei test rapidi. Facciamo mediamente 20mila molecolari al giorno, se poi facciamo 40mila test rapidi in più è comunque un elemento di ‘virtuosità', è solo un vantaggio. Significa che in Veneto riusciamo comunque a trovare più positivi rispetto a chi non fa tamponi.

C'è una carenza di personale sanitario in Veneto, a fronte dei tanti posti di terapia intensiva che sono stati attivati?

In pochi mesi è cambiato il mondo. Basti pensare che l'azienda ospedaliera di Padova in tempi pre Covid consumava 950 camici al mese. Ora ne consuma 4500 al giorno. In tutta Italia, già prima della pandemia, mancavano 56mila medici. Se sul mercato non ci sono gli intensivisti non possiamo andare a prenderli sulla luna. In Veneto noi avevamo in primavera 494 posti letto in terapia intensiva, li abbiamo incrementati a 825. Successivamente, con il nostro piano, fatto dai nostri tecnici, siamo arrivati a oltre 1000 terapie intensive.

Avete assunto medici a sufficienza?

I letti ci sono e a poco a poco saranno colonizzati gli altri reparti. Ovviamente vanno fatte due considerazioni: la prima è che le terapie intensive verranno attivate gradualmente al bisogno, riducendo altre attività. Siamo riusciti ad assumere quasi 1200 medici, in virtù del fatto che sono cambiate le regole d'ingaggio. Ma da febbraio a oggi oltre 3mila persone di tutte la categorie professionali hanno rifiutato l'assunzione per motivi personali, perché avevano ricevuto altre proposte o per non lavorare in reparti Covid.

La suddivisione in zone ha avuto gli effetti sperati? Il Veneto è stato giallo per molto tempo e il virus sta continuando a circolare…

Da questo autunno, da ottobre, il governo ha istituito con un decreto le tre zone, gialla, arancione e rossa, in base a 21 parametri. Quindi ad una situazione epidemiologica corrisponde un'area colorata. Sono state chiamate le più illustri menti scientifiche del Paese a collaborare con il governo per studiare questo modello, che non ho deciso io. Il Veneto è rimasto giallo perché i parametri non hanno mai fatto scattare la zona arancione.

Questi 21 indicatori hanno funzionato secondo lei?

Io vorrei ricordare che le tre zone non sono dei lockdown, anche la stessa zona rossa non è altro che un modello per attutire e rallentare il virus, ma il contagio resta. Se anche il Veneto fosse passato in zona arancione al massimo avrebbe avuto la chiusura di bar e ristoranti, e lo stop alla circolazione tra Comuni. Ma tutti i negozi sarebbero stati aperti. Noi abbiamo dei tecnici alle nostre spalle, non è il governatore di una Regione a decidere arbitrariamente.

Proprio lei ha dovuto varare un'ordinanza più restrittiva per chiudere i Comuni dalle 14, poco prima di Natale. 

Abbiamo atteso tutta la settimana precedente a quella di Natale, perché il governo aveva detto che avrebbe risolto il problema degli assembramenti che si erano verificati nel week end. Arrivati al giovedì sera, avendo saputo che il governo non sarebbe intervenuto prima del 24 dicembre, abbiamo deciso, in accordo con i sindaci veneti, di emanare l'ordinanza che è poi entrata in vigore da sabato 19 dicembre. E questo provvedimento ha evitato gli assembramenti. Quindi al 7 gennaio saranno 20 giorni di restrizioni per il Veneto, visto che dal 24 sono scattate le misure nazionali.

Cosa ne pensa della riapertura di tutte le scuole il 7 gennaio? Il sistema di testing della Regione Veneto è pronto?

Noi abbiamo una macchina collaudatissima. Per me la scuola è fatta del rapporto diretto, in presenza, tra insegnante e allievo. Poi però bisogna anche essere obiettivi e capire il momento storico. Se si aprirà a gennaio lo diremo quando vedremo la situazione epidemiologica italiana dopo il periodo di feste natalizie. Sono d'accordo con l'ordinanza del ministro Speranza, giusto partire con il 50% di didattica in presenza, e non con il 75%, come previsto dal dpcm del 3 dicembre. In Veneto le medie e le elementari sono rimaste aperte, e di focolai ne abbiamo avuti tanti, come del resto è accaduto nelle altre Regioni. La letteratura scientifica ci dice che i giovani sono spesso asintomatici, c'è il rischio concreto che il virus possa circolare, come avviene per altri contesti sociali. I ragazzi rischiano di diventare api impollinatrici, che portano il virus a casa, infettando i nonni. La catena è questa, le scuole sono uno snodo della trasmissione. Partire con il 50% della popolazione studentesca in classe e il 50% ancora in dad è una scelta di prudenza.

Con l'arrivo del vaccino ha detto che sarà necessario istituire un passaporto sanitario. Come potrebbe funzionare?

Io non ho proposto un passaporto sanitario, ho semplicemente detto che sarà inevitabile, alla luce di quello che sta accadendo. Lo dico da un mese un mezzo. Perché questa volta, pur essendoci la volontarietà della vaccinazione, non si parla solo della tutela della salute del singolo individuo. Questo virus ha una bassa mortalità ma ha un'alta contagiosità, e quindi manda in tilt i sistemi sanitari. Il Veneto tra l'altro è la prima Regione d'Italia che ha realizzato l'anagrafe vaccinale. Io sono convinto che il mondo si dividerà tra chi può offrire servizi Covid free e chi no. Nonostante la volontarietà del vaccino sarà inevitabile per molte attività umane una richiesta di passaporto vaccinale. Abbiamo già visto le prime prese di posizione delle compagnie aeree, lo vedremo probabilmente richiesto dalle strutture ricettive, nei luoghi d'aggregazione di comunità. E ancora di più nel mondo dei congressi. Anche l'Oms ha parlato della possibilità di creare una ‘patente', una sorta di certificato di vaccinazione.

Un principio simile al ‘passaporto sanitario' per viaggiatori, idea lanciata la scorsa estate dalla Sardegna.

La Sardegna ha cercato di varare misure di sanità pubblica, ma sarebbe stato un passaporto sulla base di una fotografia. Altra cosa è certificare l'avvenuta vaccinazione.

Voi pensate di introdurlo a livello regionale, se non dovesse arrivare una disposizione nazionale?

No, penso che queste debbano essere regole di sanità pubblica, che devono essere uguali per tutti. Agli 875 che in Veneto sono stati già vaccinati siamo in grado già di dare un certificato, un pezzo di carta, che sarà poi comunemente chiamato passaporto sanitario. Siamo organizzatissimi su questo fronte. Io ho l'impressione che l'Oms lo codificherà presto, in modo tale che sia utilizzabile in tutto il mondo.

Il vaccino contro il Covid deve essere obbligatorio per i medici che lavorano nelle strutture pubbliche e per il personale scolastico?

No, la regola deve essere quella della volontarietà. Noi tra l'altro abbiamo avuto una pre-adesione da parte del 90% dei nostri medici. Per raggiungere nella popolazione l'immunità di gregge bisogna avere almeno il 65% di vaccinati. Chi si vaccina lo fa per sé stesso ma lo fa anche per chi non si vaccina, per chi non può o non vuole farlo.

Lei ha già detto che farà il vaccino, non appena sarà il suo turno. Come giudica la scelta di De Luca di vaccinarsi subito?

Io ho fatto una scelta di responsabilità. Ho stabilito delle priorità in Veneto, dicendo ai miei direttori generali, che stanno in ufficio, di vaccinarsi in una fase successiva. La priorità sono i 60mila dipendenti della sanità, partendo da quelli in prima linea, nelle terapie intensive. E sempre nella prima fase il vaccino verrà somministrato ai nonni delle case di riposo, e ai lavoratori delle Rsa. Ogni vaccino tolto a queste categorie è un'opportunità in meno di garantire la salute a questi cittadini. Non so se De Luca lo abbia fatto per dare l'esempio, ma l'immagine plastica del V-day del 27 è stata quella di uomini e donne in camice che si facevano il vaccino. Bastano i medici a garantire che il vaccino è sicuro, sono loro i migliori testimonial.