È stato condannato in due gradi di giudizio per lesioni, maltrattamenti in famiglia e violenza assistita, ma i giudici hanno scelto comunque, nonostante la condanna, di affidare a lui e non alla madre, vittima di violenza, il figlio. È la contestatissima decisione di un tribunale civile che nell'ennesimo caso di violenza in famiglia, ha disposto l'affidamento del bambino al genitore violento, ritenendo la madre ‘non idonea'. Una decisione tanto più anomala in ragione del fatto che tra i reati addebitati all'uomo, un imprenditore di Padova, vi è anche la ‘violenza assistita', ovvero la forma di violenza subita dai bambini che assistono alle violenze sulla madre e della quale il figlio stesso, è vittima. Il padre è  "la figura maggiormente idonea a garantire la stabilità emotiva del minore", si legge nel decreto del Tribunale.

La protesta: "Gravi violazioni dei diritti della madre"

A denunciare il caso, attraverso le pagine del Corriere del Veneto, è stato il Centro Veneto Progetti Donna onlus, secondo il quale "il decreto" che definiscono "senza precedenti in Italia"  violerebbe "la Convenzione di Istanbul e la Convenzione europea firmata e riconosciuta da tutti gli stati per la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica". Nella sentenza di condanna per violenza di un anno prima, firmata dal giudice Valentina Verduci – denunciano gli avvocati del centro – si dice che, secondo le testimonianze l'imprenditore avrebbe massacrato di botte, insultato, minacciato, demolito psicologicamente, tenuto senza soldi e cibo l'ex moglie, con l'aggravante di averlo fatto sempre alla presenza dei figli minori. Per i legali del Centro Veneto Progetti Donna è "molto grave che il giudice nel decreto definisca ogni tentativo della donna di difendere sé e i figli dalle violenze con l'attacco alla genitorialità", mettendo la vittima sul banco degli imputati". La donna ha fatto ricorso in appello, l'udienza è  fissata l'1 luglio.

"Donne vittime due volte"

"Quando non si ha consapevolezza della violenza maschile contro le donne e della gravità di questa orribile violazione dei diritti umani, le sopravvissute diventano ‘borderline' e gli uomini maltrattanti buoni padri". Lo afferma la presidente della Ong Differenza Donna Elisa Ercoli. "I danni conseguenti – aggiunge – si chiamano vittimizzazione secondaria e gli Stati ne sono direttamente responsabili secondo il principio della due diligence della Convenzione di Istanbul. Le donne le bambine e i bambini ne fanno i danni che troppo spesso rimangono permanenti. Quando ci organizzeremo come paese per dare risposte concrete e non contraddittorie con i principi della Convenzioni firmate? Noi donne attiviste dei Centri Antiviolenza continueremo a rendere visibili le contraddizioni delle Istituzioni e della società a far riflettere su cosa realmente vuol dire – conclude – aver cura di noi delle nostre relazioni e delle societa' che abitiamo"