Perse moglie e figlia nel deserto libico, poi papa Francesco lo salvò. Pato ricorda Bergoglio: “Lo chiamavo papà”

C’è una foto sbiadita che per anni è stata l'unico legame di Pato con un’idea di famiglia, ritrae lui insieme alla moglie Fati e alla figlia Marie, entrambe morte nel deserto tra Libia e Tunisia dopo essere state abbandonate lì dalle autorità tunisine. Poi c’è Bergoglio, che a Pato quella famiglia gliel’ha ridata, non nel sangue, ma nello spirito. Quando un anno fa è arrivata la notizia della morte di Papa Francesco, Pato ha preso il telefono e mi ha scritto: "È come se avessi perso di nuovo mio padre".
Mbengue Nyimbilo Crepin, questo il suo nome completo, non è un fedele qualunque. È uno dei "figli" che Bergoglio ha raccolto dai margini del mondo. Sopravvissuto alle carceri libiche, alla guerra, alla polvere del deserto e al sale del Mediterraneo, Pato ha trovato in Vaticano non un’istituzione, ma una casa. Lo abbiamo incontrato per ricordare Francesco a un anno dal suo addio.

“Papa Francesco era una persona molto particolare, una persona diversa dalle altre. Mi ha adottato come un figlio, e sono diventato proprio suo figlio. Dopo averlo incontrato molte volte mi ha adottato. È vero che non era il mio genitore, però lo chiamavo sempre ‘papa', e lui mi chiamava ‘figlio'”, racconta Pato, appena uscito dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, dove ogni domenica va a trovare Bergoglio.
“Vado sempre a Santa Maria Maggiore”, continua, “ogni domenica, quando sono libero dal lavoro, vengo qui a fare una preghiera. Lui ha voluto stare in un posto aperto a tutti, ed è stupendo: chiunque può andare davanti alla sua tomba, il suo spirito sta lì”.
Pato ha incontrato per la prima volta il Papa nel novembre del 2023, qualche giorno dopo il suo arrivo a Lampedusa, sopravvissuto alle carceri libiche, al deserto e alla traversata del Mediterraneo.
“Quando sono arrivato in Italia, due giorni dopo, mi ha contattato un giornalista. Papa Francesco era stato informato della mia storia ed era molto toccato. Mi chiesero: ‘Cosa diresti se lo avessi di fronte?'. Scrissi: ‘Buongiorno caro Papa Francesco, è un privilegio sapere che lei è stato informato della mia situazione e se magari un giorno avrò la possibilità di incontrarla, sarò molto felice'. Due giorni dopo il giornalista mi richiama: ‘Guarda che il Papa è d’accordo, vuole incontrarti'. Non ci credevo. Una personalità come lui che dà il suo tempo a un ragazzo sconosciuto come me. Era pazzesco”, continua a raccontare.
Da lì nasce un rapporto indissolubile, Bergoglio si prende cura di Pato come un figlio e gli salva la vita. Non solo quella spirituale ma anche quella fisica.
“Prima di venire in Italia sono stato in prigione in Libia. C'era la guerra, hanno lanciato una bomba che ha perforato il mio timpano sinistro. Non sentivo bene, usciva spesso sangue, si era infettato. Ho passato quattro anni così”, continua Pato, “quando sono arrivato qui, lui lo sapeva. Una delle prime cose che mi ha chiesto appena mi ha visto è stata: ‘Il tuo orecchio come sta?'. Gli ho detto che andava bene, ma lui: ‘No, non sta bene. Hai sempre quel problema? E quando pensi di curarlo?'. Gli ho risposto: ‘Quando avrò la possibilità'. Una settimana dopo ho fatto l'intervento. È andato benissimo. Se oggi sono in salute è grazie al rapporto e all'amicizia che ho avuto con lui”.
Così Bergoglio trasformava il verbo di Gesù Cristo in azione: prendendosi cura degli ultimi, dei più deboli, delle vittime del mare e di quella che ha sempre definito “la terza guerra mondiale a pezzi”. Lo faceva a Gaza, con le quotidiane chiamate con Padre Gabriel Romanelli, lo faceva sostenendo le Ong di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, lo ha fatto con Pato.
“Papa Francesco mi ha salvato la vita. Mi ha fatto vedere la strada da seguire. Attraverso i suoi consigli, tutte le volte in cui l'ho incontrato, mi ha lasciato sempre qualcosa. Mi ha permesso di vivere, mi ha permesso di rialzare la testa, mi ha permesso di camminare sulle mie gambe”, continua l’uomo. “Da giovane io avevo sempre il sogno, come tutti i ragazzi di oggi, di essere ricco, avere le grandi case, le belle macchine, di vivere una vita materiale. Incontrando lui mi sono reso conto che quello che credevo non è il cuore della vita. Mi ha insegnato a essere umile, a vivere normalmente. Mi ha fatto capire che la povertà è una cosa bella. Non dobbiamo vergognarci perché siamo poveri, anzi, dobbiamo essere felici. È questo il senso della bella vita”.
Pato oggi vive a Roma, lavora, parla tre lingue e cerca di integrarsi in una società che non sempre è pronta ad accogliere.
Ma tutto questo passa in secondo piano quando entra a Santa Maria Maggiore. Per Pato, la tomba di Francesco non è un monumento, è il posto dove andare a trovare un padre che lo ha ascoltato quando nessuno sapeva nemmeno il suo nome. In un mondo che sembra aver dimenticato le lezioni di pace di Bergoglio, Pato resta lì, a curare quella strada che il "suo" Papa gli ha indicato. La strada dell’umiltà, della pace e della misericordia, che indietro non lascia nessuno.
“La vita senza Papa Francesco è dura, perché le persone come lui non dovrebbero morire. Se potessi incontrare Dio, sarebbe la prima cosa che gli chiederei. Mi mancano i suoi consigli, il suo sorriso, la sua presenza fisica. Però mi conforto pensando che le leggende non muoiono mai. I suoi consigli rimangono nella nostra testa. Basta vedere le sue foto in giro per ricordarci che lui rimane. Fisicamente è sparito, spiritualmente no. Io mi sono migliorato perché l'ho conosciuto, perché ho capito quello che mi diceva e continuo a seguire i suoi passi”, conclude Pato, “spero che col tempo i suoi messaggi e le sue parole vengano seguiti da tante persone. Sarebbe il regalo perfetto per lui che era un uomo di pace. E nel mondo oggi, sono poche le persone come lui".