E’ una scoperta tutta italiana che può rivoluzionare la cannabis in medicina a livello globale. E soprattutto è la dimostrazione che nel settore cannabis, anche nella ricerca scientifica, siamo tra i primi al mondo; il problema, a livello generale, è che venga adeguatamente finanziata. Ad ogni modo quella fatta dal gruppo di ricercatori guidati dal chimico Giuseppe Cannazza, che studia la cannabis relativamente da pochi anni e si sta affermando tra i più grandi esperti a livello mondiale, può essere una svolta epocale per lo studio della chimica della cannabis e le sue applicazioni farmacologiche. Lui che tempo fa ha dichiarato di essersi avvicinato alla cannabis dopo un pregiudizio iniziale, e che se ne è innamorato per la sua molteplicità di principi attivi e potenzialità terapeutiche e che è stato selezionato dall’OMS come esperto per la procedura di revisione della cannabis terminata poco tempo fa, che è sfociata con una richiesta da parte dell’organismo internazionale di riclassificarla, riconoscendone le proprietà mediche.

Una scoperta che può cambiare la cannabis in medicina

Alcuni colleghi hanno scritto in questi giorni sui social network che sarà ricordato come il professor Raphael Mechoulam, leggendario scopritore del THC e padre della ricerca sulla cannabis, lui si schernisce, definendosi un semplice chimico, ma riconoscendo le potenzialità della scoperta pubblicata su Scientific Report, che fa parte del network della prestigiosa rivista Nature. “Lui è stato il primo a scoprire il THC e il CBD che sono quelli più importanti. Rimane e sarà sempre il maestro e colui che fa dato la svolta”. Sul fatto che però la scoperta del suo gruppo possa cambiare la medicina odierna a base di cannabis è possibilista: “Potrebbe. Nel senso che non si tratta solo del THCP uscito su Scientific Report, ma ne è uscito un altro in contemporanea sul Journal of Natural Products che riguarda un altro cannabinoide che è il THCB. Si sta facendo un po’ di chiarezza sulla composizione chimica della cannabis che potrebbe spiegare i numerosi effetti farmacologici”.

Quello che è stato fatto dai ricercatori italiani è il primo passo, ma si aprono innumerevoli possibilità.  “Potrebbero esserci delle varietà con un contenuto di THCP particolarmente elevato: non essendo mai stata neanche lontanamente ipotizzata l’esistenza di questa molecola all’interno della cannabis, non è mai nemmeno stata ricercata e quindi non sappiamo se ad oggi esistano varietà con una concentrazione notevole di questa sostanza, che potrebbe spiegare anche i vari effetti farmacologici o clinici previsti”. E dunque effetti medici che ad oggi non potevano essere giustificati dal solo THC. Ora quindi si aprono nuove strade da percorrere sia per il gruppo italiano che per i ricercatori a livello internazionale visto che: “Abbiamo scritto anche come si fa a sintetizzare lo standard di questa sostanza per dare a tutti la possibilità di fare ricerca”.

Il "THC potenziato" che apre nuovi scenari

Il professor Giuseppe Cannazza
in foto: Il professor Giuseppe Cannazza

Anche perché il THCP, dal punto di vista farmacologico, si è dimostrato 33 volte più attivo del THC, fino ad oggi considerato come l’unico cannabionide psicoattivo e che ha numerose proprietà terapeutiche. “E’ 33 volte più affine al recettore presente nel nostro corpo, il CB1, al quale si vanno a legare entrambi i cannabinoidi per scatenare la loro attività biologica. Pensiamo ad una sorta di caverna con una determinata forma: il THC entra in questa caverna, si adatta e si lega ad essa. Il THCP fa la stessa cosa ma ha una forma che si adatta 33 volte meglio rispetto al THC”.

Dopo aver fatto questa scoperta con gli esami sulle cellule, per verificare le potenzialità in vivo hanno fatto un test sui topi condotto dal gruppo di Napoli diretto dal professor Livio Luongo. Sono stati effettuati con concentrazioni simili e poi minori alle quali agisce il THC, per appurare che anche con dosaggi più bassi, continuasse a funzionare con la stessa attività. Per le future patologie per le quali si potrà utilizzare, “sembra che questa molecola sia una sorta di THC potenziato e quindi dovrebbe poter intervenire sulle stesse patologie del THC, che sono tante, ma in dosi minori". Per riassumere: il THCP è psicotropo, 33 volte più attivo del THC e funziona a dosi più basse.

Gli altri cannabinoidi scoperti

Ma non è finita qui. Perché come è presente l’omologo del THC, c’è anche quello del CBD, il CBDP e saranno scoperti anche gli omologhi di altri cannabinoidi come il CBC, il CBN o il CBG. “Lo stesso dicasi per il THCB”, quello dell’altro articolo uscito in contemporanea. “Ha dato risultati molto interessanti, sempre in vivo nei topi, riguardo il trattamento del dolore: funziona molto bene come analgesico”.

Insomma: si è aperto un nuovo mondo per la chimica della cannabis per poi passare alla farmacologia e alla clinica successivamente. “Abbiamo iniziato il cammino per chiarire tutti gli aspetti della cannabis. Voglio aggiungere che è stato possibile grazie a tutti i componenti del gruppo di ricerca da me coordinato. Siamo tutti italiani, lo studio è stato finanziato dal MIUR e portato avanti con cannabis prodotta in Italia, la FM2, per la quale ringrazio lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, e infine l’Ufficio centrale stupefacenti che mi ha dato l'autorizzazione. E’ importante da sottolineare perché è un orgoglio italiano”, conclude il professore: “Ogni tanto ci vuole”.