Assolto per l'omicidio della moglie, confessa dopo la sentenza: "L'ho uccisa con un'accetta", ma resta libero. Per la legge, infatti, non si può essere processati due volte per la stessa accusa. È la paradossale storia del delitto Anteghini, avvenuto a Jolanda di Savoia, piccolo borgo a pochi chilometri da Ferrara. Vittima, Giada Anteghini, mamma di una bambina di sei e da poco installatasi nella nuova casa con il compagno, Maurizio Fiore. Mentre dormiva nella stanza attigua a quella dove riposava la figlioletta, la povera Giada viene stata aggredita a colpi di accetta. Il killer ha mirato alla testa, colpendo senza pietà nel buio della camera da letto. Una scena che si fa fatica a immaginare nel peggiore degli incubi e che ha segnato per sempre tre vite: quella di Giada, della sua piccola e del compagno Maurizio.

I sospetti sul ‘mostro'

Quando gli investigatori sono intervenuti la notte del 25 novembre 2004 nella casa di via Colombana Nuvolè la giovane mamma era ancora viva. È stata trasportata d'urgenza in ospedale dove non ha mai ripreso conoscenza, morendo dopo 400 giorni di coma. Ha lasciato una figlia, un ex marito, un compagno. Contro quest'ultimo, Maurizio Fiore, l'uomo che aveva promesso a Giada un futuro, la piccola comunità di Jolanda ha puntato il dito all'indomani del delitto. La solitudine, l'isolamento sociale, il sospetto e quell'indagine (d'ufficio) della magistratura ne avevano fatto il ‘mostro' del paese. Lui, che dopo la tragedia aveva paura di rientrare da solo, la sera, lui che aveva bisogno di telefonare a un familiare prima di poter riaprire la porta di casa, lui che non riusciva a riprendersi dal trama. Archiviata la sua posizione, quando finalmente può ricominciare, Fiore muore tragicamente in un incidente stradale, il 17 ottobre 2006.

Il processo

In tutt'altra luce, per la Procura di Ferrara è invece l'ex marito di Giada: Denis Occhi, 37 anni, operaio con precedenti penali e un conclamato disturbo borderline di personalità. Prima sospettato, poi indagato, Occhi finisce a processo per l'omicidio della moglie. La corte lo condanna a vent'anni di carcere, ma in appello i giudici ribaltano il verdetto: assolto. Per insufficienza di indizi. Contro Occhi, nonostante abbia perfino ammesso il delitto, non ci sono prove forensi e, del resto, anche le sue ammissioni sono inficiate da quello che il suo avvocato definisce ‘un desiderio di attirare l'attenzione'. Alla fine la sentenza  viene confermata in Cassazione e il muratore torna alla serenità della sua vita. Quasi.

Ho ammazzato mia moglie nel letto

Un freddo giorno di inverno del 2008, a pochi giorni dal Natale, il muratore fa capolino in questura. Il peso dell'atrocità commessa abbatte gli argini della prudenza, del pudore, del senso comune: "Ho guardato a lungo nostra figlia, poi ho ammazzato mia moglie nel letto". Occhi rende una piena confessione, ma poi nuovamente si pente, si spaventa e ritratta, ma ormai è a verbale. Dopo l'iniziale clamore la difesa fa sapere che non ci sarà alcun nuovo processo, il muratore è stato assolto e non può essere processato nuovamente. "Ne bis in idem" (non due volte per la stessa cosa) recita il diritto (articolo 629 del codice di procedura penale). Dopo che la sentenza è passata in giudicato l'unica possibilità per chiedere la revisione del processo, sulla base di nuovi elementi di prova, è riservata a chi è stato condannato.

L'epilogo

Occhi è salito di nuovo agli onori delle cronache nel 2015 per guai giudiziari. Già arrestato nel 2012 per una rapina al supermercato, era ricercato per la ricettazione di un assegno. Il caso Anteghini, citato anche nel libro Delitti nella nebbia, Omicidi irrisolti nel ferrarese, di Francesco Altan, Giacomo Battara e Nicola Bianchi è diventato il prototipo del paradosso giudiziario. Un sistema che consente alle persone socialmente pericolose di agire liberamente, nonostante precedenti e confessioni. Legalmente colpevoli.