Contadini: pomodori, asparagi, barbabietole e grano. In paese dicono che il grano dei fratelli Luigi e Aurelio Luciani fosse conosciuto per la bontà in tutta la zona. Ne vendevano alle cooperative locali fino a su, ai mercati del nord. E loro due, spesso insieme, i loro campi li frequentavano dall'alba al tramonto, sia che li cuocesse il sole sia sotto la pioggia battente, con l'impegno quotidiano di due personaggi verghiani: casa e lavoro, pochi sfizi, qualche gelato con i figli e le poche volte a concedersi il lusso di una sera in pizzeria. Nella lista infinita e lacerante delle vittime innocenti di mafia Luigi e Aurelio Luciani ci entrano per la colpa di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, qui nel Gargano che conta i morti di una guerra di mafia di cui parlano e scrivono in pochi, in una provincia dove, disse l'ex Questore di Foggia Perinicola Silvis "se esplode un'autobomba non lo viene a sapere nessuno". Lo disse tre anni fa, il questore, durante un'audizione parlamentare: "non possiamo aspettare, all’italiana, il morto eccellente, che ammazzino un procuratore della Repubblica, o un bambino, o che facciano una strage con qualche morto innocente per ricordarci che a Foggia c’è un’associazione criminale di stampo mafioso". E gli innocenti hanno le facce abbronzate e gli occhi chiusi dei fratelli Luciani.

"Luigi e Aurelio? Di quelli che si spaccano la schiena dall'alba al tramonto, da sole a sole", raccontano gli abitanti del piccolo paesino che è San Marco in Lamis, in un silenzio dove all'ordinaria paura si aggiunge lo sgomento per la consapevolezza che la ferocia della mafia può schizzare sangue addosso a tutti. Luigi e Aurelio avevano 47 e 43 anni. I "Cannarut", li soprannominavano in paese, dove li vedevano passare all'ora ancora addormentata, quando è il tempo di infornare il pane. Aurelio lascia due figli, uno di 13 anni e uno di 10 e sua moglie aspetta il terzo figlio che nascerà tra poco e che non conoscerà mai il padre. Come lo zio. 

Eppure Luigi e Aurelio, per essere davvero rispettati, ora dovrebbero diventare la molla con cui accendere l'attenzione su un territorio in cui la mafia agisce da anni indisturbata, con troppa poca pressione addosso della società civile e dei movimenti antimafia, in questa Italia che ha bisogno di ammazzamenti sbrindellati per aprire gli occhi. Eccoli gli sbrindellati innocenti: ora ci sono. "A San Marco in Lamis, così come in tutta la provincia di Foggia, le aziende fanno a gara per acquistare i prodotti della famiglia Luciani, per bontà e genuinità. Così come erano Aurelio e Luigi: "due uomini buoni e di grandissimi valori", dicono le voci dei compaesani. E una mafia che opera alla luce del sole, perforando gli stomaci di due testimoni ai margini di una strada provinciale è una mafia che ha la stessa bava di tutte le altre ben più conosciute: siamo già oltre l'emergenza.

Per questo nel Paese che si crogiola troppo spesso nell'onorare i morti (con troppa retorica e troppa poca verità) forse sarebbe il caso di tenerli vivi, i fratelli Luciani, perché siano l'argine rotto che dia inizio alla sommossa degli onesti. Non contano i funerali di Stato e nemmeno le parole di circostanza della politica: serve una Procura Antimafia, un giornalismo attento, una letteratura con lo sguardo aperto sulla Puglia e sui suoi clan e serve il senso di responsabilità di mettere la morte di due innocenti in cima alle notizie, lì dove merita di stare.

Perché si continua con la tiritera delle mafie che "fanno finanza e non sparano più" e invece si muore ancora come si moriva negli anni più maledetti della nostra storia. E si diventa eroi anche per essere due fratelli contadini al lavoro sui propri campi. Come in quei film che vendono tantissimo.