Ha ragione Hicham Ben ‘Mbarek quando dice «non dovreste intervistare me ma andare da chi licenzia una donna solamente perché è incinta» ma in una Paese in cui la normalità e i diritti sono diventati un'eclatante eccezione forse vale davvero la pena di raccontarla questa storia che ribalta tutti i peggiori luoghi comuni e rilascia un po' di aria fresca.

Il protagonista, Hicham Ben ‘Mbarek, è arrivato dal Marocco anni fa. Lui e la madre. Su un gommone. E forse non serve aggiungere altro per dare i colori dell'inizio: «l'Italia non è una giostra su cui salire e divertirsi – racconta intervistato da Il Corriere della Sera – ma un luogo in cui ritagliarsi con la fatica e l'impegno il proprio spazio. E rispettarlo». Basterebbe partire da questa sua affermazione per cogliere il senso della fatica e della serietà che spesso arrivano anche dall'altra parte del Mediterraneo.

Ben si mette a lavorare sodo e insieme al suo socio Matteo Masini fonda un'azienda artigianale di abbigliamento in pelle: una realtà commerciale con negozi a Firenze, Milano, Roma, Verona e Tokio che veste tra gli altri il cantautore Ligabue e il calciatore Eto'o. Tredici dipendenti assunti solo a Firenze (di cui 12 italiani, per gli amanti delle statistiche): «il nostro indotto sostiene 50-60 famiglie», racconta Ben. Tra loro c'è anche Letizia Chiari che, sul finire dell'anno scorso, proprio in dirittura d'arrivo della fine del suo contratto, ha scoperto di essere incinta. «Quando l'ho saputo ero sicura di avere un futuro da mamma felice ma disoccupata», racconta Letizia. Del resto, vi avevo avvisato, questa è una storia di un Paese capovolto nei diritti e nei bisogni.

Invece Ben, alla cena aziendale del natale scorso, comunica a Letizia la decisione di assumerla a tempo indeterminato. «Perché è normale», dice lui. Già, è normale anche se qualcuno vorrebbe convincerci del contrario. E ha ragione Ben quando dice che "dovrebbe essere la regola", mica l'eccezione. E per questo la storia merita di essere raccontata.

Hicham Ben ‘Mbarek, tra l'altro, nel 2011 ha ricevuto un trapianto di cuore, durante una partita di calcetto il suo si è fermato e solo un cuore nuovo gli ha salvato la vita. «Sono un musulmano con un cuore cristiano», dice sorridendo e, con leggerezza, in una frase ci mette dentro anche tutto il senso della condivisione come arma contro il terrorismo, nonostante anche questo sia così terribilmente fuori moda di questi tempi.

Poi chiede che non gli venga fatta troppa pubblicità per «un semplice atto di civiltà». E piacerebbe anche a noi non doverne scrivere. Sarebbe un Paese migliore, probabilmente. Ma ora no: ora questa storia va letta per davvero.