in foto: Pino Daniele

Me lo ricordo Pino Daniele. Me lo ricordo da bambino e me lo ricordo adesso. È un pensiero fisso. Come un fratello maggiore che non c'è più. Me lo ricordo quella volta, un sacco di tempo fa. Ero un ragazzino. Mio cugino arrivò nella casa al mare di Scauri, portando in dote i suoi dischi. "Nero a metà", "Pino Daniele", "Vai mo'", "Bella ‘mbriana". Disse: «Questo qui lo devi sentire, è un mostro. Lo sai come lo chiamano? ‘O mast'!».

Mast' in napoletano è il maestro, il capo, il migliore nel suo campo. Pino, altrimenti detto Pinuccio dai fan che con la sua musica ci sono cresciuti, e che in lui vedevano il fratello maggiore, lo era. Il migliore di tutti.

Mi ricordo che alcuni di noi decisero di montare in bicicletta in direzione Formia, dove Pino abitava e – si diceva – avesse gli studi di registrazione. Volammo lì come i ragazzini di "E.T. – L'extraterrestre". «Aspettiamolo qui», ci dicemmo, «prima o poi uscirà e allora gli faremo vedere i nostri dischi, ce li autograferà, ci dirà: Ciao, guagliù!». Ma Pino non uscì mai, rinunciammo. Mi ricordo anche questo.

Così come mi ricordo che negli ultimi anni, per alcuni di noi cresciuti con la cassetta di "Nero a metà" nello stereo dell'auto, che ci impelagavamo in lunghe disquisizioni su quale fosse l'ultimo grande album, si era un po' inabissato nel ricordo. Lo avevamo idealmente cristallizzato a metà anni Novanta, alcuni anche prima. Troppo pop i suoi ultimi successi, troppo commerciali, ci dicevamo. Ci limitavamo a non ascoltare quelle hit (o ad ascoltarle senza ammettere che ci piacevano) e a far ripartire il cd di "Terra mia", aspettando con ansia un nuovo concerto dove avremmo potuto riabbracciare il Bob Marley di Santa Maria la Nova.

Mi ricordo o' mast' allo stadio, nelle piazze, nei palasport, in tivù con Massimo Troisi da Minà, me lo ricordo con la sua chitarra e le sembianze dell'uomo in blues seduto a suonare con applicazione e talento, icona già in vita ben prima che il suo cuore (delle cui fragili condizioni eravamo tutti informatissimi) lo abbandonasse quella notte di due anni fa.

E sì, mi ricordo che a un certo punto della carriera con Napoli aveva scelto di non avere più niente a che spartire. O forse se n'era andato per averci a che fare in un altro modo, il suo. Perché per andare avanti, nella vita, soprattutto a Partenope, ci vuole un po' di cazzimma, bisogna togliersi di dosso tutti quelli che col tuo successo ci vogliono mangiare, ti vogliono usare. La città è così. Ti ignora e ti maltratta finché non sei nessuno, poi un giorno diventi qualcuno e allora ti rivuole indietro per dare un po' di luce alla propria immagine sbiadita. È successo persino con il funerale. Il corpo di Pino doveva stare qua, doveva tornare per l'ultima volta.

Mi ricordo quel giorno di due anni fa in Piazza del Plebiscito. Prima di arrivarci avevo sentito centinaia di persone cantare le sue canzoni in strada, negli autobus. Tutti parlavano di lui, giovani e vecchi, uomini e donne. Nei negozi, nei bar, negli uffici: si ascoltava solo la musica di Pino. E poi quel funerale. Non sembrava possibile. Decine di migliaia di persone unite nel lutto. Un silenzio irreale. C'era lui e c'eravamo noi. Tutti ad ascoltare la messa del Cardinale senza fiatare. Bisognava celebrare Pino, dargli l'ultimo saluto: la città non lo avrebbe più rivisto. Noi non lo avremmo più rivisto. E poi, all'improvviso, dal silenzio scaturì un coro. Cantammo le sue canzoni in lacrime, abbracciandoci l'un l'altro tra sconosciuti, anche se in fondo sapevamo di conoscerci, perché eravamo tutti fratelli minori di Pino. «Napul'è mille culure» cantavamo. Napoli è la voce dei bambini, che sale piano piano.