Non c'era certo bisogno del discorso del presidente del consiglio Giuseppe Conte oggi di fronte ai senatori per capire che il governo del cambiamento che vorrebbe essere né di destra né di sinistra sia in realtà una destra ricoperta da una patina di nuovismo che ci metterà poco a svelare la propria natura. Non c'è nemmeno bisogno di ascoltare e rileggere le parole di Conte per sapere che Salvini è Salvini e Di Maio non rappresenta certo la parte sinistra del Movimento 5 Stelle (che anzi, sarà curioso sapere se esisterà ancora dopo avere contribuito con i propri voti alla nomina del segretario della Lega a ministro dell'interno). Non c'è nemmeno bisogno di ricordare le prime sfortunate parole del ministro Fontana sulle famiglie tradizionali (ha esultato anche Adinolfi, del Popolo della Famiglia, solo per rendere dell'idea. Il governo che nasce in questi giorni è destra nell'interpretazione della sicurezza, della giustizia, del fisco e nella struttura stessa del discorso programmatico. Per carità, va benissimo anche così, però almeno rendiamocene conto.

Il metodo, innanzitutto: il governo Conte nasce sotto certi aspetti con dinamiche identiche del governo che fu di Renzi. Anche in questo caso c'è un premier non eletto dal popolo (solo che in questo caso Conte dovrebbe essere un generoso che si presta alla causa), anche in questo caso c'è una maggioranza parlamentare che non si è mai nemmeno immaginata durante le elezioni (vi ricordate? Allora fu un inciucio mentre oggi è il contratto del cambiamento) e anche oggi come allora le priorità sono state definite dopo una campagna elettorale che aveva sventolato ben altre promesse.

Ma la destra è, ad esempio, sulla visione della giustizia: al di là delle vaghe frasi fatte che si ritrovano più o meno in tutti i discorsi d'insediamento («ricostruire il rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema giustizia» ad esempio era detto così, quasi identico, da Silvio Berlusconi) collegare la giustizia alla certezza della pena e alla costruzione di nuovi istituti penitenziari (che, chissà perché, aumentando di numero dice Conte che dovrebbero "assicurare migliori condizioni alle persone detenute" come se il problema fosse di spazio e non di metodo) è lo stesso mantra che ha portato Trump alla presidenza degli USA: dipingi un Paese insicuro (anche se i reati sono in diminuzione, sembra incredibile, vero?) e vedrai che gli elettori saranno pronti a volere uno sceriffo. E Conte è la controfigura perfetta di un Salvini che incombe.

È destra (disgustosa) quella che collega l'immigrazione alla sicurezza, ma anche questa non è una sorpresa. La frase «non siamo e non saremo mai razzisti» è un manifesto. Soprattutto se tutto il discorso, tra le righe, poggia su un «difendiamo e difenderemo gli immigrati che arrivano regolarmente sul nostro territorio, lavorano e si inseriscono nelle nostre comunità rispettandone le leggi e dando un contributo decisivo allo sviluppo» fingendo di non sapere che con la Bossi-Fini il percorso che è ritenuto obbligatorio per essere ben accetti è praticamente irrealizzabile. Le cattive leggi creano la clandestinità e spostare il focus sui comportamenti personali è un trucchetto piuttosto patetico. La stoccata sulla «trasparenza sull’utilizzo dei fondi pubblici» in tema di accoglienza (sempre generale e generalista come quasi tutto il discorso di Conte) è l'assist perfetto per la guerra alle ONG. Dire senza dire è un modo per accontentare i propri elettori senza esporsi troppo.

È destra la flat tax. E nonostante Conte parli di «aliquote fisse, con un sistema di deduzioni che possa garantire la progressività dell’imposta, in piena armonia con i principi costituzionali» (quindi non è una flat tax, semplicemente) già in questi mesi si è dimostrato come l'idea delle aliquote fisse sia un piacere ai più ricchi. «Rifondare il rapporto tra Stato e contribuenti, all’insegna della buona fede e della reciproca collaborazione tra le parti» è aria fritta.

È destra la minimizzazione del Terzo Settore che, guarda caso, è proprio il campo dell'accoglienza e della solidarietà eppure il premier Conte riesce a dedicare ampio spazio al «contributo al miglioramento della qualità della vita offerto dalla pratica sportiva e assicurato dalle esperienze di volontariato, attraverso migliaia di piccole associazioni sportive dilettantistiche». Perché lo sport fortifica. Vi ricorda qualcosa?

Per il resto tante parole (sulla sanità «vogliamo ottenere la riduzione dei tempi delle liste d’attesa e vogliamo che le nomine apicali delle strutture manageriali nel mondo della sanità avvenga in base a criteri esclusivamente meritocratici, rigorosamente al riparo da indebite influenze politiche» è praticamente la promessa di culto degli ultimi vent'anni) e per ora poca chiarezza sul come mantenere le promesse. Ora arriveranno i fatti (e il feticismo per i "fatti" è di destra, perché anche le parole sono "politica"). E saranno fatti di destra. Basta saperlo.