3 Marzo 2022
11:04

La guerra in Ucraina e le ripercussioni sulla moda italiana: spedizioni bloccate e cali in borsa

A una settimana di distanza dall’inizio del conflitto in Ucraina, i marchi italiani e internazionali si preparano a un nuovo scenario. Molto dipenderà dalle scelte politiche dei brand, tra boicottaggi e esportazioni bloccate.
A cura di Beatrice Manca

La notizia dell'invasione russa in Ucraina è arrivata a metà della Milano Fashion Week, spazzando via la sensazione di ottimismo che si respirava alle prime sfilate in presenza post Covid. Dopo alcuni giorni di silenzio la moda ha reagito con messaggi di solidarietà e raccolte fondi, moltiplicando gli appelli alla pace. A quasi una settimana di distanza, però, si inizia a pensare alle ripercussioni del conflitto sul settore moda italiano, una delle più robuste voci della nostra economia. Confartigianato lancia l'allarme per le esportazioni, mentre dall'Ucraina si chiede ai colossi del lusso di interrompere la distribuzione in Russia e dare un segnale forte.

Quanto valgono le esportazioni in Russia

L'effetto del conflitto sulla moda è stato immediato: durante la Milano Fashion Week i contraccolpi sono stati evidenti sui titoli in borsa. A 24 ore di distanza dalla notizia dell'invasione russa in Ucraina Moncler ha perso il 5,3%, Aeffe il 7,4%, Brunello Cucinelli il 5,4% e Salvatore Ferragamo il 3,6%. Cali anche a Parigi, dove hanno perso punti Lvmh e Kering. Sicuramente, di fronte a una crisi umanitaria di tali proporzioni, qualsiasi calcolo economico  è fuori luogo. Ma non bisogna dimenticare che la moda è una delle principali voci del Pil del nostro Paese, un settore che solo ora sta rialzando la testa dopo due difficili anni di pandemia. Da Confartigianato arriva l'allarme per il nostro export: l’Italia è infatti al quarto posto, tra i Paesi dell’Ue, per il valore delle esportazioni sui mercati russo e ucraino. Per quanto riguarda la moda, siamo tra i primi Paesi europei per l’esportazione in Russia: secondo Camera Moda, ogni anno l'Italia vende 1,2 miliardi di euro di capi di moda e beni di lusso.

proteste contro la guerra fuori dalla sfilata di Giorgio Armani
proteste contro la guerra fuori dalla sfilata di Giorgio Armani

L'appello di Vogue Ucraina ai brand: "Interrompete i rapporti con la Russia"

Inevitabilmente la guerra avrà una serie di ripercussioni sulla produzione Made-in-Italy: forniture a singhiozzo, altalena dei mercati, calo di esportazioni e importazioni. Molto però dipenderà anche dalle scelte politiche che decideranno di adottare i brand. L’edizione ucraina di Vogue ha fatto appello ai colossi del lusso come KeringLvmh e Richemont chiedendo di sospendere la distribuzione a Mosca. "Mostrate le vostre coscienze e scegliete l'umanità sul profitto". Nel post in cui si chiede l'embargo sono menzionati molti brand italiani, da Prada a Valentino, passando per MaxMara e Calzedonia: “Vogue UA fa appello all'industria della moda globale affinché non taccia in questi tempi bui poiché ha la voce più forte”.

manifestanti espongono la bandiera fuori dalla sfilata di Prada
manifestanti espongono la bandiera fuori dalla sfilata di Prada

Le spedizioni bloccate in Russia

Le stesse considerazioni valgono per i grandi gruppi internazionali: Adidas per esempio ha interrotto il rapporto di collaborazione con la Federcalcio russa, mentre il marchio ungherese Nanushka ha smesso di vendere in Russia. Anche H&M ha interrotto le vendite in Russia, dopo aver chiuso tutti gli store in Ucraina per ragioni di sicurezza. Le piattaforme e-commerce del gruppo YNAP – Net-a-Porter, Mr Porter e Yoox – hanno sospeso le spedizioni in Russia con uno scarno comunicato sul sito locale: "A causa della situazione attuale, non siamo in grado di completare nuovi ordini nel tuo paese. Tutta l'evasione degli ordini è stata sospesa fino a nuovo avviso". Queste piattaforme vendono capi di abbigliamento e accessori moda di moltissimi brand, italiani inclusi. La questione però va ben oltre la semplice logistica: per molte aziende si tratta di scelte di campo, di decisioni prese per inviare un segnale. Siamo disposti a sacrificare parte di profitto per la causa?

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